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di Luigi Pecchio, argomento: Psicoanalisi

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L'utilizzo è una difesa primaria e riuscita che origina una modalità positiva di contatto con gli altri e coordina quanto è utile e funzionale per il soggetto. Tale meccanismo si pone così alla base delle scelte individuali e del comportamento sociale. La strumentalizzazione differisce dall’utilizzo e ne è nettamente la forma opposta. Si tratta di un meccanismo di difesa secondario e non riuscito. Essa si contrappone all’utilizzo come componente “negativa” alla base di quelle condotte dannose per gli altri – o addirittura asociali e perverse – tese a condizionare l’altro così da arrecargli del male o uno svantaggio.

Utilizzo e strumentalizzazione sono difese che danno luogo a due tra i principali moventi delle azioni umane e pertanto occupano un posto di particolare importanza nell’ambito dei meccanismi. A loro volta utilizzo e strumentalizzazione sono strettamente collegati ad altre due difese che consentono di esprimersi in termini decisionali: la semplificazione e il riduttivismo. La semplificazione è un meccanismo di difesa complesso che sovrintende al comportamento interpretativo e decisionale. Si tratta in particolare di un meccanismo di tipo selettivo rivolto ad individuare le linee di interpretazione essenziali per risolvere i vari problemi di natura psicologica ed esistenziale che si pongono al soggetto. D’altro lato, a causa di eventi patologici conflittuali o di altra natura, l’andamento decisionale si può dissestare generandosi invece il riduttivismo. In genere questi squilibri si verificano nell’ambito biopatologico, socio-relazionale o psicostrutturale (gravi nevrosi o psicosi), A nostro avviso tutti i meccanismi citati interagiscono fra loro nelle modalità che cercheremo di indicare nel corso di questo capitolo. Tale interazione può anche essere presentata come un esempio della dinamica che si realizza fra le difese.

La prassi adottata dall’individuo per entrare in contatto con la realtà esterna è in correlazione con la sua personalità intesa, quest’ultima, come momento di sintesi tra le dotazioni di origine biologica (soprattutto il DNA) ed i procedimenti – specie quelli relazionali e culturali - da lui acquisiti e sviluppati. Nella norma l’individuo ha modalità di contatto con la realtà mediante l’utilizzo che, integrato alle complesse facoltà dell’Io, trova origine ed opera sotto la spinta della libido e delle pulsioni che ne derivano. La libido è da intendere come fondamentale espressione dell’Eros.

Si è già visto che l’utilizzo è una difesa primaria e riuscita che origina una modalità positiva di contatto con gli altri e coordina quanto è utile ed è bene per il soggetto. Tale meccanismo ha un carattere costruttivo e creativo ponendosi così alla base delle scelte individuali e del comportamento sociale del soggetto. Nella vita quotidiana, affrontando in modo concreto la realtà ambientale – intesa nei suoi molteplici aspetti – l’individuo si trova costantemente a confronto con due principi, spesso tra loro contrapposti: il principio di realtà e il principio di piacere. Il conflitto tra questi due principi tende peraltro a risolversi in funzione dell’omeostasi psichica. Come si è già evidenziato nell’utilizzo, tale processo costituisce una condizione psicofisica globale corrispondente ad una situazione di equilibrio biofisico, psichico e, in genere, relazionale. Conseguendo l’individuo questa stabilità, in lui subentra il criterio di stare “in pace con tutti” e di cercare di vivere in assenza o limitazione di conflitti, specie a livello socio-ambientale. In tal modo viene raggiunto dal soggetto un equilibrio emotivo-affettivo. Molti individui, peraltro, approdano a tale genere di compensazione con modalità differenti e in tempi diversi, in relazione alla varia intensità della “spinta” ed inferenza delle istanze libidiche nel corso del tempo ed in rapporto alla disponibilità delle risorse psico-organiche mutevole nel corso degli anni.

Proprio nell’ultimo periodo della vita nasce la contrapposizione tra Eros e Thanatos; infatti le diminuite energie e capacità originate dall’invecchiamento potenziano Thanatos o istinto di morte. Mentre Eros, con le sue caratteristiche, coincide con la fase espansiva dell’esistenza umana, Thanatos corrisponde alla sua fase involutiva. L’influenza di quest’ultimo è già preavvertita dall’individuo in periodi precedenti della sua vita (Cfr. Il Faustismo) e corrisponde a tutti quegli adattamenti resisi necessari dall’involuzione psico-organica. Infatti si affievoliscono o vengono meno i presupposti originati dalla libido e quindi dall’Eros e si determina, così, una forma di declino progressivo nel corso del quale il soggetto, tuttavia, può conservare valide modalità di comportamento e buone capacità intellettuali. Eros è qui inteso con il significato conferito al termine da Sigmund Freud. Thanatos si identifica con la pulsione di morte che tende a ricondurre il vivente dallo stato organico a quello privo di vita.

Freud riconduce il dualismo che si determina fra Eros e Thanatos ad uno specifico processo fisiologico, costruttivo e distruttivo, anabolico e catabolico. Peraltro si osservi che, nel corso dell’esistenza, le due pulsioni si associano, si mescolano, si legano e si contrappongono tra loro in modo variabile e soprattutto con mutevole prevalenza. (Cfr. Sigmund Freud, L’Io e l’Es, [1922], in Opere, Boringhieri, Torino, 1977, vol. IX, pp. 502-503.)

E’ qui difficile determinare quanto e come l’istinto di morte incida sulla psicopatia e sulle perversioni. Tuttavia, associato agli istinti di aggressività produce danno, specie quando il soggetto non sia stato in grado di superare o abbia superato con difficoltà la delicata fase edipica. Per quanto le tendenze aggressive possano dar luogo a modalità autodistruttive, si deve tenere presente che un’equilibrata componente di aggressività è anche necessaria per una corretta autoaffermazione del soggetto. Tornando alla tematica relativa all’utilizzo e alla strumentalizzazione si osserva che il primo ingenera una modalità di condotta a carattere costruttivo e creativo e, sulla base del suo orientamento, si inerisce che tale difesa sta alla base del “normale” comportamento esistenziale. Per converso la strumentalizzazione è la componente negativa dell’utilizzo ed è contrassegnata dalla tendenza ad un comportamento asociale teso a condizionare l’altro in modo negativo e volto a ricavare un utile solo ad esclusivo danno degli altri. A loro volta i meccanismi citati sono strettamente collegati ad altre due difese che consentono all’utilizzo e alla strumentalizzazione di esprimersi in termini decisionali: la semplificazione e il riduttivismo.

La semplificazione è un meccanismo di difesa complesso che sovrintende al comportamento interpretativo e decisionale. Si tratta di una difesa di tipo selettivo rivolta ad individuare le linee di interpretazione essenziali per risolvere i vari problemi di natura psicologica ed esistenziale che si pongono al soggetto. La conversione patologica della semplificazione è, invece, costituita dal riduttivismo, “(…) Nella realtà clinica si ripropongono (…) di frequente situazioni che impediscono lo svolgimento della (…) semplificazione, come semplice sintesi. (…) Infatti a causa di eventi patologici conflittuali (….) si possono verificare situazioni di squilibrio che determinano una più o meno grave disarmonia nell’ambito del processo decisionale e della semplificazione ad essa relativa. Questi squilibri si verificano nell’ambito biopatologico, socio-relazionale o psico-strutturale (gravi nevrosi o psicosi). (Cfr. Luigi Pecchio, La semplificazione o il riduttivismo, in “Simposio”, autunno 1999, N. 12, p.96.)

Pertanto la funzione essenziale dei meccanismi rappresentati da un lato dall’utilizzo e dalla semplificazione e dall’altro dalla strumentalizzazione o dal riduttivismo, appare essere quella di intervenire in modo radicale a determinare gli orientamenti e le conseguenti decisioni dell’Io, o compensandolo a fronte dei conflitti e dei processi psichici che gli causano angoscia, o destrutturandolo come avviene con il riduttivismo e la strumentalizzazione, e ciò in funzione dell’omeostasi psichica o del suo squilibrio; infatti nella strumentalizzazione è presente uno spostamento dell’aggressività in misura considerevole. Nell’utilizzo, invece, gli impulsi aggressivi sono mediati da adattamenti e condotte operative ai quali si informa, in genere, un soggetto che sia nella norma rispetto ai caratteri propri della vita quotidiana. Per converso la strumentalizzazione raggruppa determinate stigmate psicopatologiche dell’individuo e queste si possono collegare anche alle modalità presenti nelle perversioni nelle quali si verifica una cospicua ed autentica aggressività. Per altro verso, alcune caratteristiche proprie dell’utilizzo ci sembra compaiano già in Freud nelle sue osservazioni relative alle pulsioni sessuali: “ (…) secondo la teoria psicoanalitica i sintomi delle nevrosi non sono altro che soddisfacimenti sostitutivi e deformati di forze pulsionali sessuali alle quali, a causa di una resistenza interna, è stato impedito un soddisfacimento diretto. Poi, quando la psicoanalisi allargò il proprio campo d’indagine al di là dei limiti che si era originariamente prefissa e cominciò ad essere applicata alla vita psichica normale, essa cercò di dimostrare che proprio le componenti sessuali che possono essere stornate dalle loro mete più prossime per indirizzarsi verso altre mete sono quelle che recano i contributi più significativi alle conquiste civili dell’individuo e della collettività. Non erano affermazioni completamente nuove. Il filosofo Schopenhauer aveva già sottolineato, con enfasi indimenticabile, l’importanza incomparabile della vita sessuale. Tuttavia ciò che la psicoanalisi chiama sessualità non coincide certo con la spinta irresistibile all’unione dei due sessi o alla produzione di piacere genitale, e assomiglia casomai molto di più all’Eros del Simposio platonico, che tutto comprende in sé e tutto preserva”. (Sigmund Freud, Le resistenze alla psicoanalisi, [1924], in Opere, Boringhieri, Torino, 1978, vol. X, pag. 54, il corsivo è dello scrivente.) Certo l’utilizzo è condizionato dalle forze armoniche di Eros mentre la strumentalizzazione agisce sotto l’impulso delle tensioni istintuali di Thanatos ed estremizza gli impulsi etero ed autoaggressivi che comunque derogano alle normali pulsioni libidiche le quali sono più armoniche e costruttive. Sulla scorta delle osservazioni fatte da Freud a proposito delle pulsioni sessuali nel passo sopra citato, sarà qui utile approfondire il concetto di libido tanto più che tale energia è alla base dell’utilizzo.

Freud considera il problema della libido come quello di una forza propulsiva della vita sessuale e a quest’ultima si ricollega la sua dottrina sull’evoluzione infantile. Secondo lui infatti vi è una libido sola che viene messa al servizio tanto della funzione sessuale maschile quanto di quella femminile. Infatti alla libido in sé non possiamo attribuire alcun sesso. (Cfr. Sigmund Freud, La femminilità, in Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), [1932], in Opere, Boringhieri, Torino, 1979, vol. XI, p. 237.) La libido non ha uno specifico riferimento al meccanismo fisiologico della sessualità, che invece appare condizionata dalla reciprocità anatomica e funzionale delle strutture maschili e femminili. In pratica gli oggettuali comportamenti sessuali del maschio e della femmina appaiono spesso fortemente influenzati dai condizionamenti sociali sino ad essere spesso resi irriconoscibili.

In particolare Freud intendeva per teoria della libido lo studio di un insieme di manifestazioni connesse con l’istinto sessuale e con le complesse vicissitudini che si incontrano nello sviluppo di questo. Le conoscenze acquisite in questo campo vennero da Freud considerate essenziali per l’interpretazione e la cura della nevrosi, a partire dall’isteria. In questa prospettiva Ernest Jones osserva che Freud sostituì al generico concetto di “costituzione ereditaria” quello più specifico di “costituzione sessuale” variabile naturalmente, nei diversi individui. In tal modo il concetto di libido si modificò via via a partire dall’originaria interpretazione di funzione esclusivamente sessuale in quello di energia psichica. Come tale la libido si distinse da una semplice interpretazione su base biologica e divenne una sorta di stabile collegamento di rappresentazioni in grado di limitare il libero deflusso dell’energia. Per questo Freud affermò la capacità della libido di cambiare oggetto o modo di soddisfacimento in quei casi in cui non fosse attuabile una scarica diretta della gratificazione pulsionale. Secondo lui, queste “vicissitudini della pulsione” si attuerebbero soprattutto mediante due meccanismi di difesa: la rimozione e la sublimazione. Inoltre, si osservi che Freud non ha mai fatto una seria distinzione tra la libido maschile e quella femminile essendo ovviamente lontana dalla sua concezione un’immediata connessione tra questo ordine di problemi e le specifiche manifestazioni della genitalità.

Ci si potrebbe chiedere se sia corretto attribuire al termine libido, originariamente caratterizzato in senso sessuale, una funzione così ampiamente unificatrice. A questo proposito va ricordato che lo stesso Freud rifiutò i tentativi di sostituzione di tale termine, considerandoli diretti a negare il significato della sessualità nella modalità in cui essa si esprime nella vita umana. Tali tentativi avrebbero potuto essere un’espressione di una sostanziale resistenza alla psicoanalisi alla quale tuttavia Freud negava un carattere pansessualistico. E’ quindi opportuno parlare della libido come di una forza fondamentale ed espansiva della psiche umana legata in origine ai fenomeni della sessualità ma in definitiva orientata a determinare e a regolare molteplici espressioni delle persone.

In realtà noi agiremmo, spinti dalla libido e dalle nostre pulsioni, secondo uno svolgimento che rientra nella teoria della sessualità freudiana ma, sotto un certo profilo, si sottrae in parte al nostro Io perché è di natura inconscia. Nell’ambito di tale svolgimento si inquadra il meccanismo, qui denominato utilizzo, che potrebbe costituire il primum movens di tutto il nostro agire indirizzandoci verso una meta, per noi probabilmente in parte ignota, ma in genere socialmente utile e consentita. Tale difesa essendo alla sua origine di natura simile a quella della strumentalizzazione, ne differisce perché quest’ultima è orientata verso il dolus malus, tipico del sociopatico in genere, e questo fino alle peggiori conseguenze.

Infatti possiamo considerare un comportamento tipico della personalità psicopatica quello tendente, mediante consapevoli raggiri, a compiere verso l’altro atti che sono per quest’ultimo sicuramente dannosi, circuendo quindi la sua volontà in vario modo, mentre il sociopatico ne trae esclusivo vantaggio. In tale condizione emerge quell’atteggiamento indicato solitamente dai giuristi col termine di dolus malus che indica un’effettiva volontà, presente soprattutto nelle situazioni negoziali, di porre l’altro in situazioni svantaggiose, inducendolo, potenzialmente, ad intensi comportamenti reattivi. In tal senso il dolus malus si distingue dal dolus bonus che consiste negli atteggiamenti normalmente ricorrenti in atti negoziali intesi ad indurre la controparte ad effettuare lo scambio in modo sostanzialmente positivo ricorrendo ai normali argomenti retorici. Nel negozio è dunque importante, pur nella comune prassi imbonitrice, che venga rispettata la volontà della controparte. Già secondo Papiniano (D.50.16.219) nelle convenzioni contrattuali è preferibile rispettare la volontà dei contraenti piuttosto che le parole.

Pur nell’ambito dei mutamenti avvenuti nel campo del diritto contemporaneo, queste considerazioni costituiscono un argomento psicologico fondamentale in materia di responsabilità sia penale che contrattuale. Anche in relazione a quanto abbiamo esposto il dolus bonus può essere riferito all’utilizzo di aspetti positivi presenti nella realtà, senza sconvolgimento delle situazioni relazionali, e quindi senza ripercussioni sull’equilibrio emotivo-affettivo di chi opera, con conseguente conservazione della condizione di omeostasi psichica propria ed altrui.

Il dolus malus, invece, consiste nell’uso strumentale di alcuni aspetti della situazione ambientale e sociorelazionale a proprio esclusivo vantaggio e a danno altrui. E’ facile, in tal caso, l’insorgenza di più o meno gravi eventi conflittuali, con conseguenti ripercussioni sull’omeostasi psichica del soggetto che ha subito il danno, ed è questo un aspetto della strumentalizzazione.

Secondo l’orientamento freudiano, il nostro agire si svolgerebbe attorno al tema della procreazione seguendo una serie di tappe costituite e rappresentate dalle varie fasi evolutive della sessualità. La fase orale, lo stadio anale, la sottofase uretrale e quella fallica sono costitutive, appunto, di quel periodo dell’infanzia vera e propria e della fanciullezza durante il quale l’Io si differenzia via via dall’Es. Secondo Freud il periodo di latenza tronca questa prima fioritura sessuale che peraltro soggiace all’amnesia infantile e poi si completa con la quarta fase. E’ infatti significativo che secondo lui questo momento dell’evoluzione della psiche infantile coincida con la comparsa di manifestazioni biologiche collegate alla vita sessuale maschile e femminile la quale si manifesta, appunto, nel periodo dell’adolescenza. (Cfr. Sigmund Freud, Compendio di Psicoanalisi, [1938], in Opere, Boringhieri, Torino, 1979, vol. XI. P. 613.) In questo periodo evolve la pulsione libidica, che si afferma come la maggiore espressione dell’atteggiamento espansivo nei confronti della realtà esterna anche favorita dal pieno sviluppo della facoltà dell’utilizzo.

A partire da questo periodo si genera ed evolve una pulsione contraria di dissolvenza e di distruzione che prospetta il finale passaggio dal vivente allo stato inorganico. E’ noto che Freud richiamava a questo dualismo la stessa contrapposizione biologica tra la fase costitutiva del metabolismo cellulare (anabolismo) e la fase distruttiva ed energetica (catabolismo). Del resto, secondo la fisiologia, i processi di anabolismo vanno via via riducendosi e alterandosi, col passare degli anni, e si rendono sempre più inadeguati a colmare le perdite determinate dalle manifestazioni energetiche legate al catabolismo. Queste due pulsioni di vita e di morte si sviluppano in un modo dinamico e apparentemente inconsapevole per mezzo di un processo nel quale confluiscono, secondo modalità complesse, molteplici istanze risultanti soprattutto dalla realtà esterna ma anche da quella interiore. Si vanno così strutturando sul piano comportamentale il fondamentale principio di piacere e quello di realtà. Il primo si identifica in gran parte con le pulsioni libidiche, il secondo si identifica con le percezioni di pericolo e di limitate disponibilità energetiche provenienti sia dall’ambiente esterno, sul piano fisico e psicopatologico, sia dall’ambiente interno.

L’equilibrio psicosomatico tende a una situazione di omeostasi che può essere raggiunta soltanto con una corretta coordinazione delle pulsioni in rapporto alle disponibilità del soggetto. Proprio in quest’ambito si struttura, si sviluppa e si organizza il meccanismo della strumentalizzazione. Naturalmente queste difese possono assumere una connotazione positiva e costruttiva (utilizzo) oppure una strutturazione deteriorata, e spesso distruttiva (strumentalizzazione).

La giovinezza e l’età adulta, gli stessi stadi della vita dell’anziano e di quella senile sarebbero anch’essi situazioni variabili da un lato in presenza della tematica di Thanatos, dall’altro secondo il filo conduttore della sessualità o di Eros. D’altronde, durante la fase anziana e in quella senile noi ci dobbiamo confrontare, in modo particolare, con una sorta di involuzione della sessualità, in genere già preavvertita nei periodi precedenti, imponendosi così la crescente prevalenza di Thanatos che si contrappone in tal modo ad Eros. Seguendo la teoria secondo la quale i nostri comportamenti, sia consapevoli sia inconsci, sono sessualmente determinati, tutta una serie di operazioni che noi compiamo, di “natura” apparentemente “innocente” si attuerà, invece, a fronte di adempimenti riportabili all’istanza procreativa e a quella della sessualità ad essa connessa. L’energia propria di quest’ultima – essenziale sul piano biologico e fisiologico e determinante ai fini della riproduzione della specie – può, nella condizione umana, essere convogliata in altre direzioni oltre a quella della sessualità come nel caso della sublimazione.

Questa difesa, per la quale manca tuttora una coerente ed esauriente spiegazione psicoanalitica, postula in sostanza un processo che induce un passaggio da funzioni istintuali a funzioni più elevate. Ossia, come scrisse Freud, il passaggio della forza contenuta nella pulsione della libido a certe attività umane apparentemente senza rapporto con la sessualità. Forse la labilità dei limiti tra “valori alti e valori bassi” – anche in relazione ai mutamenti storico-sociali – spiega l’evanescenza del concetto di sublimazione e le difficoltà a definirlo in termini di teoria psicoanalitica. Tale meccanismo, procedendo dalle pulsioni e da valori in genere “bassi” o senza alcuna “propensione” intellettuale, è in grado di pervenire a valori “alti” spirituali, nobili, sotto la spinta di una profonda tensione interiore di tipo sia esistenziale che culturale.

L’energia libidica, in quanto condiziona molti aspetti della vita umana – e in primo luogo la vita erotica e affettiva della coppia – costituisce uno dei fattori essenziali dell’esistenza umana sia biologica sia psicologica. La libido si realizza mediante un continuo confronto tra numerose istanze interne ed esterne al soggetto; queste sono di varia natura e spesso contraddittorie fra loro. L’orientamento di scelta e di operatività in questo concorso di istanze è costituito, appunto, da una continua oscillazione tra il principio di piacere e quello di realtà tra loro omologabili in funzione dell’omeostasi psichica.

Nel caso della strumentalizzazione risulta particolarmente evidente la volontà, di frequente consapevole, deviata o perversa, di ottenere il proprio vantaggio ledendo in modo inevitabile l’interesse altrui. Situazioni di questo genere sono continuamente ricorrenti, con effetti di varia gravità, in molteplici rapporti umani. Molti soggetti operano ispirati da queste “regole”, del resto contravvenendo alle norme giuridiche e morali e ciò si verifica, peraltro, con rilevanti conseguenze sociali, anche quando queste ultime non sono sanzionate. Chi agisce nel modo suddetto rientra nella categoria delle cosiddette personalità psicopatiche. Si tratta di personalità che, secondo Kurt Schneider, si distinguono dal tipo psicotico per la mancanza della destrutturazione e dal tipo nevrotico perché la personalità psicopatica non origina da un conflitto ma da una predisposizione fondamentale di tipo esistenziale. (Cfr. Kurt Schneider, Psicopatologia clinica, Città Nuova, Roma, 1983.) Pertanto i tratti della personalità psicopatica sono l’immaturità affettiva, l’apatia morale e la costante condotta asociale come se quest’ultima fosse programmata. Proprio per queste caratteristiche molti psicopatologi e psichiatri moderni indicano tale forma morbosa con il termine “sociopatia” , più ampio e più ricco di prospettive psicodinamiche.

Intendiamo ora rivolgerci ad un altro aspetto della psicopatologia che può essere correlato alla strumentalizzazione: l’uso inconscio degli altri. In tal caso la strumentalizzazione si manifesta come una complessa interazione, spesso conflittuale, tra le realtà psicologiche di due o più soggetti. Tali situazioni sono da esaminare alla luce degli orientamenti introdotti dalla psicoanalisi secondo la quale tutti i sintomi debbono essere considerati in una loro precisa significatività “in quanto sono il prodotto di un processo psichico attuale rivolto ad uno scopo, al modo stesso di quelle azioni che diciamo razionalmente determinate.” (Cesare Musatti, Trattato di psicoanalisi , vol. I, Boringhieri, Torino, 1953, p. 80)

Nella consueta pratica clinica si riscontrano varie situazioni psichiche tra loro integrate e presenti in soggetti diversi nei quali compaiono atteggiamenti psicologici contrapposti. In tal senso è noto che la principale coppia di opposti, reciprocamente interattivi, ben nota in psicologia analitica ed antropologia sociale, è quella di attività–passività riferita al bipolarismo maschio–femmina. Freud considerava lo sviluppo post-edipico della sessualità, innanzi tutto, una contrapposizione facente capo alla polarità attività–passività nella quale è implicita una meta pulsionale, diversa a seconda del sesso. Egli collega peraltro questa diversità di meta pulsionale alle differenti modalità di superamento della fase edipica. Tale “attività” e “passività” erano da lui ritenute fondamentali caratteristiche del “maschile” e del “femminile”. Superata la fase edipica, la situazione tendenziale rappresentata dalla meta pulsionale si concretizza nella oggettiva polarità maschile e femminile attraverso la quale in pratica si realizzerà. Ciò si verifica nella pubertà quando lo sviluppo sessuale biologico è concluso: a quel punto la mascolinità riunisce in sé le caratteristiche maschili connesse all’attività ed al possesso del pene mentre la femminilità è portatrice della passività anche anatomicamente rappresentata dalla vagina come dimora del pene ed erede del ventre materno.

L’impostazione freudiana di una contrapposizione tra attività–mascolinità e passività-femminilità ha subito molte critiche da parte di alcune psicoanaliste (Karen Horney, Melanie Klein) e dei recenti o più datati movimenti femministi. (Cfr. il così detto fallocentrismo discutibilmente imputato a Freud). Tale integrata contrapposizione tra l’elemento maschile e quello femminile costituisce la base di molte argomentazioni anche in campo socio-antropologico. Secondo quest’ultimo ordine di studi si rileva che il binomio maschio-femmina, mentre è paritetico sul piano della riproduzione sessuale, diventa gerarchico nel campo della produzione sociale. Proprio per questo il problema dell’integrazione tra i sessi è da noi considerato un esempio complessivo di fisiologico e reciproco condizionamento tra il maschio e la femmina, che nel caso specifico assume le caratteristiche di un vero e proprio utilizzo. Riteniamo infatti che le molteplici situazioni interattive imperniate su questa fondamentale contrapposizione propria di tale rapporto diadico possano essere considerate un esempio assai produttivo di reciproche integrazioni. Tuttavia, non essendo sempre i rapporti tra l’uomo e la donna armonici ed equilibrati, si verifica frequentemente una preminenza dei meccanismi di strumentalizzazione o cosificazione.

La reciproca integrazione nell’ambito sessuale da noi descritta viene effettivamente costituendosi attraverso meccanismi psicobiologici la cui disarmonica evoluzione è all’origine delle perversioni sessuali. Infatti la definitiva integrazione fra i sessi si viene costituendo dalla rimozione di pulsioni parziali e di normali componenti della naturale originaria disposizione infantile. Tale evoluzione conduce alla subordinazione di tutte le pulsioni e le componenti parziali sotto il primato della zona genitale e si accompagna, del resto, allo sviluppo biologico posto al servizio della funzione riproduttiva. In effetti la valutazione di questo integrato dualismo psicobiologico, specie quando sia esasperato sino ad un’irriducibile contrapposizione, è particolarmente da vedersi in una prospettiva psicopatologica. In questo senso debbono essere considerate specialmente le perversioni sessuali. Già Freud riteneva che le perversioni fossero una conseguenza di alterazioni del normale processo dell’organizzazione sessuale costituzionale. Quest’ultima normalmente porta allo sviluppo di pulsioni parziali o alla rimozione di naturali disposizioni presenti nel periodo infantile. Sotto questo profilo Freud considerava la perversione come il negativo della nevrosi, nel senso che il perverso mette in atto impulsi i quali, invece, sono rimossi dal nevrotico. Pertanto il perverso si difende in modo non riuscito regredendo a forme di sessualità infantile mentre il nevrotico ricorre a forme di difesa successive o sostitutive della regressione. Scrive infatti Freud: “Le perversioni corrispondono a disturbi in questo processo di unificazione provocati dal prepotente e coattivo sviluppo di alcune di queste pulsioni parziali; e la nevrosi si riferisce a una troppo estesa rimozione delle tendenze libidiche.” (Sigmund Freud, Sessualità nelle nevrosi, in Opere, Boringhieri, Torino, 1972, vol. V. p. 223.)

Indubbiamente questa fondamentale interpretazione sull’origine delle perversioni si allarga a valutare le conseguenze di cui sono portatori i valori dominanti dell’ordinamento sociale interiorizzati nell’individuo attraverso i modelli educativi e in particolare quelli parentali. Il sado-masochismo è sicuramente la perversione in cui più chiaramente si manifesta la complementarietà e simmetria della relazione dominio (attività) – sottomissione (passività). In realtà questi due aspetti possono manifestarsi non solo a livello interpsichico ma anche a livello intrapsichico (autopunizione). Secondo Freud: “Si sarebbe tentati di porre in relazione questa coppia di contrari (sadismo-masochismo) esistenti contemporaneamente con la coppia di contrari maschile-femminile, congiunta nella bisessualità, al posto della quale in psicoanalisi si deve introdurre frequentemente la coppia attivo-passivo.” (Sigmund Freud, Le aberrazioni sessuali, in Opere, Boringhieri, Torino, 1970, vol. IV, p. 472.) Inoltre è qui importante rilevare che secondo Freud il sadismo e il masochismo convivono nello stesso soggetto essendo l’uno il rovescio della medaglia dell’altro.

Del resto la descritta impostazione freudiana trovava già in origine riscontro nella precedente letteratura psicopatologica. In particolare Krafft-Ebing rilevava che l’elemento base del masochismo consiste in un desiderio di completa sottomissione a un tiranneggiamento definito da questo Autore “schiavitù sessuale”. (Cfr. Richard von Krafft-Ebing, Psychopathia Sexualis, Capaccini, Roma, 1906.) Krafft-Ebing faceva risalire tale situazione ad una condizione ipersessuale da lui definita hyperesthesia sexualis presente in persone “psichicamente anormali”. Ai nostri giorni l’hyperesthesia sexualis (iperestesia sessuale) – nella quale si verifica un’esaltazione delle diverse forme di sensibilità – viene interpretata come il substrato psichico necessario per lo sviluppo sia del sadismo sia del masochismo ed è considerata il risultato di una combinazione di un’inibizione sessuale con un tentativo coatto di superarla ricorrendo ad atti compulsivi.

Nello sviluppo ulteriore della sua dottrina Freud allargò il concetto di masochismo, al di là dell’originaria impostazione esogena, al campo specifico della sessualità femminile (passività-femminilità) fino a spingersi, addirittura, nel campo del comportamento morale. In questo senso Freud sviluppò l’idea che il masochismo rappresentasse la punizione associata in particolare al senso di colpa a causa di desideri edipici.

Wilhelm Reich peraltro contestò in modo brillante tale impostazione freudiana. (Wilhelm Reich, Charakteranalyse, Orgone Institute, New York, 1949; trad. it. Analisi del carattere, Sugarco, Milano, 1973). Questo Autore sviluppò l’ipotesi adattiva sull’origine del masochismo considerandolo soprattutto come una difesa, cioè come una manovra di adattamento volta a punire chi avesse eluso le infantili esigenze di affetto della persona. In realtà nella sessualità a carattere masochista appaiono integrati i due sistemi: quello sessuale e quello interpersonale di potenza legato appunto al rapporto sottomissione-dominio. In questo modo la perversione sado-masochista può sovvertire l’originario naturale rapporto strettamente sessuale attività-mascolinità, passività-femminilità. Può infatti avvenire nel sistema di potenza che sia la donna ad essere investita di autorità e di dominio e che invece l’uomo assuma una posizione di debolezza e di sottomissione. Nel conseguente ambito del rapporto così costituitosi il masochista maschio si sente protetto soprattutto nei confronti della temuta e aggressiva rivalità maschile. Il sistema sessuale e quello di potenza sono del resto integrati anche nel sadismo sessuale: infatti il sadico, superando tutte le restrizioni normalmente legate alla sessualità, si attribuisce una potenza delirante, com’è di frequente osservazione negli stati paranoidei. Certo il riscontro di conclamati casi di sado-masochismo con tali complesse, reciproche interferenze nel sistema sessuale e in quello di potenza è relativamente raro. Invece è assai frequente constatare in moltissime persone, e soprattutto nei pazienti psichiatrici, atteggiamenti sostanzialmente collegati alla problematica qui esposta della strumentalizzazione.

In generale il masochismo si lega ad una condizione di passività abitualmente riscontrabile nel sesso femminile ma che si presenta di frequente come la manifestazione di una cronica inibizione della propria possibilità di azione esprimentesi con un’intensità e con modalità variabili in soggetti appartenenti ad ambedue i sessi. Il masochismo trova naturale riscontro in un atteggiamento e in un comportamento sadici con genesi e indirizzo completamente opposti. La visione del rapporto sado-masochista in una prospettiva di potenza, oltre che sessuale, rende possibile valutare nella comune pratica clinica e psicologica le reciproche e strumentali relazioni interpersonali sotto i più diversi profili.

Nell’esporre – sia pure in modo conciso – la complessa dinamica della strumentalizzazione, unitamente alle sue espressioni più tipiche, riteniamo di aver dimostrato a sufficienza che si tratta di un meccanismo coinvolgente numerosi ed importanti settori del comportamento individuale e sociale. In particolare appare ricco di prospettive l’esame della strumentalizzazione sia nell’analisi del comportamento sessuale sia considerando l’ambito di potenza che coinvolge aspetti ampi e diversificati delle relazioni umane.

Nota del curatore
Il presente scritto è tratto dal libro di Luigi Pecchio “L’orma dell’immensa-mente metapsicologia dei meccanismi di difesa e di adattamento” di prossima pubblicazione.


 
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