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di Luigi pecchio, argomento: Psicoanalisi

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Il riconoscimento o identificazione (con se stessi) è la risultante di un complesso e continuo percorso conoscitivo che si svolge all’interno della memoria e dell’inconscio e consente all’individuo di ritrovare, specie attraverso il ricordo, parti di sé che gli confermino la sua identità e l’identificazione con se stesso.

Prima di affrontare il tema di questo saggio si ritiene utile sintetizzare tre meccanismi di difesa attinenti con questa ricerca perché si correlano con il riconoscimento o identificazione (con se stessi). Essi sono: l’identificazione scoperta da Sigmund Freud, l’identificazione con l’aggressore di Anna Freud e l’identificazione proiettiva individuata da Melanie Klein.

Per identificazione, come termine generale, si intende quel procedimento mentale mediante il quale ci poniamo in relazione con una realtà oggettuale, in particolare con un soggetto, anche in funzione della percezione della sua similarità e affinità con il nostro Io. Peraltro il fenomeno dell’identificazione è complesso, assume diverse forme e modalità, delle quali premetteremo una breve descrizione prima della trattazione de il riconoscimento.

L’identificazione si pone, in un certo modo, al vertice di una gerarchia virtuale dei meccanismi di difesa, ammesso che si possa crearne una, e su pone tra le prime difese costituitesi nell’infante. Si ritiene che l’identificazione sia la prima e originaria manifestazione di un legame affettivo e conoscitivo con un altro individuo. Come tale questa difesa ha un ruolo particolare nella preistoria ed evoluzione del complesso di Edipo. Si possono connotare tre caratteri originari dell’identificazione:

  • E’ la forma più originaria e primitiva di legame affettivo e conoscitivo rispetto ad una realtà oggettuale.
  • Può costituirsi per via regressiva, come il sostituto di un legame oggettuale libidico attraverso l’introiezione dell’oggetto nell’Io.
  • L’identificazione, inoltre, può avere origine in relazione a qualsivoglia aspetto sia posseduto in comune con un individuo che può anche essere oggetto di pulsioni di natura sessuale. Il legame reciproco dei soggetti che formano il gruppo e la massa risale ed ha la natura di quest’ultimo tipo di identificazione essenzialmente dovuta a un’importante comunanza affettiva. (cfr. Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io [1924] , in Opere, Boringhieri, Torino, 1977, vol. IX, pg. 295-296).)
Qui di seguito si cercherà di riassumere cosa intenda Freud per identificazione. Il Super-io, nel bambino, assume il potere, la funzione ed anche i metodi dell’istanza parentale e ne deriva direttamente il suo mondo psichico. Alla base di questo processo sta l’identificazione. Con tale difesa un Io viene assimilato ad un altro Io e il primo si comporta così come il secondo: lo imita, accogliendolo in certo qual modo dentro di sé (cfr. introiezione). Come dice Freud, l’identificazione è stata paragonata all’incorporazione orale, cannibalica, dell’altro. Tale difesa è una sorta di legame che si stabilisce con un’altra persona ed è anche la più primitiva. Inoltre identificazione e scelta oggettuale sono piuttosto indipendenti; infatti ci si può identificare anche con un individuo assunto come oggetto sessuale e si può modificare il proprio Io sul modello di tale persona. Si ritiene, comunemente, che l’oggetto sessuale eserciti un potente influsso sull’Io e ciò avviene con particolare frequenza nelle donne, tanto da costituire un tratto caratteristico della femminilità. Si può osservare una relazione fra identificazione e scelta oggettuale sia nei bambini sia negli adulti siano essi sani o malati: in caso di perdita dell’oggetto o quando sia stato abbandonato, di frequente si cerca o si trova una compensazione (cfr. Luigi Pecchio, La compensazione). Per merito di quest’ultima difesa, si identifica l’oggetto erigendolo nuovamente nel proprio Io, tanto che in questo caso la scelta oggettuale regredisce, per così dire, all’identificazione stessa. (Per questi passi sull’identificazione, si cfr. in particolare Sigmund Freud, La scomposizione della personalità psichica, Lezione 31, in Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni) [1932], in Opere, Boringhieri, Torino, 1979, vol. XI, pp.175-176.)

L’identificazione con l’aggressore è una difesa studiata da Anna Freud. Secondo l’Autrice l’identificazione, in generale, considerato il suo contributo alla formazione del Super-io, serve a padroneggiare la vita pulsionale. Mediante l’identificazione con l’aggressore viene invece indicata una difesa che predomina specie nel periodo iniziale di formazione del Super-io del bambino. Con questo tipo di identificazione il soggetto si difende da svariate modalità aggressive, come ad esempio da critiche a lui rivolte da una figura parentale o autorevole, assumendo egli stesso il ruolo dell’aggressore e adottando così il tipo di comportamento di questi. L’identificazione con l’aggressore si può anche esprimere imitando i simboli di potenza o il carattere negativo dell’aggressore stesso. In particolare qualora la critica venga trasposta verso l’interno, sia cioè interiorizzata - secondo Anna Freud – il senso di deprivazione si trasferisce sul mondo esterno. In tal caso l’identificazione con l’aggressore è integrata da un altro mezzo difensivo e cioè dalla proiezione della colpa. “Un Io che con l’aiuto di questo meccanismo di difesa percorre questa particolare via evolutiva, introietta le autorità che lo criticano in quanto Super-io ed è in grado di proiettare verso l’esterno i suoi impulsi proibiti. Un tale Io diventa intollerante verso il mondo esterno prima che severo verso se stesso. Impara che cosa debba essere condannato, ma si protegge con l’aiuto di questo meccanismo di difesa dal dispiacere dell’autocritica. L’infuriarsi contro i colpevoli nel mondo esterno gli serve come precursore e sostituto del sentimento di colpa. Tale furia aumenta automaticamente quando stia per intensificarsi l’autopercezione della propria colpa. Questa fase intermedia nello sviluppo del Super-io corrisponde ad una specie di stadio preliminare della morale. La vera morale incomincia quando la critica interiorizzata, sotto forma di esigenza del Super-io, coincide, sul terreno dell’Io, con la percezione della propria mancanza.

Da quel momento in poi la severità del Super-io si rivolge contro l’interno anziché contro l’esterno, attenuandosi in tal modo l’intolleranza verso l’esterno. Ma l’Io, da questo stadio evolutivo in poi, deve sopportare il dispiacere maggiore prodotto in lui dall’autocritica e dal sentimento di colpa.” (Anna Freud, L’identificazione con l’aggressore, ne L’Io e i meccanismi di difesa, in Opere, Boringhieri, Torino, 1978, vol. I, pp. 227-228.)

Naturalmente la funzione dell’identificazione è ben diversa da quella della proiezione. Peraltro bisogna sottolineare che queste due difese sono attività delle funzioni superiori dell’Io e nella norma sono meccanismi riusciti. Secondo Anna Freud “La speciale combinazione di introiezione e proiezione, che qui definiamo come ‘identificazione con l’aggressore’, appartiene alla vita normale solo fintantoché l’Io se ne serve nella lotta con le persone costituenti autorità, e cioè nell’affrontare i suoi oggetti d’angoscia. Lo stesso processo difensivo perde la sua innocuità e assume carattere patologico quando viene trasposto nella vita amorosa. Anche il marito che sposta sulla moglie i propri impulsi all’infedeltà e le fa quindi appassionate rimostranze circa la di lei presunta infedeltà, introietta, in realtà, i rimproveri della moglie e proietta un elemento del proprio Es. Ma il suo intento non è di proteggersi contro un intervento aggressivo dall’esterno, bensì contro lo scuotimento di un attaccamento libidico positivo alla sua partner per disturbi provenienti dall’interno. Conseguentemente, anche l’esito è diverso. Anziché l’atteggiamento aggressivo contro i precedenti aggressori nel mondo esterno, un tale paziente acquisisce una fissazione ossessiva alla partner amorosa sotto forma di gelosia proiettata.” (Anna Freud, L’identificazione con l’aggressore, op. cit. , pp. 228-229.)

Infine Melanie Klein ha introdotto un’altra difesa, quella dell’identificazione proiettiva. Con tale meccanismo l’Autrice riprende il concetto di incorporazione freudiano, soprattutto in relazione al fantasma mediante il quale il soggetto immagina di introdurre la propria persona o parti scisse di sé all’interno del corpo materno, allo scopo di poterlo possedere, controllare ed eventualmente danneggiare. Infatti, secondo l’Autrice, mentre la libido orale conserva un rilievo considerevole nell’infante “ (…) emergono da altre fonti pulsioni e fantasie libidiche e aggressive che portano a una confluenza di desideri, sia libidici sia aggressivi, orali, uretrali e anali.” (Melanie Klein, Note su alcuni meccanismi schizoidi, [1946], in Scritti 1921 – 1958, Boringhieri, Torino, 1978, p. 416.) Ciò avviene ancor prima che la madre sia identificata e quindi riconosciuta come persona, “come oggetto totale”. Secondo la Klein, le prevaricazioni al seno si esprimono in termini di aggressività verso il corpo della madre. Infatti si verificano, secondo l’Autrice, due tendenze: la prima di aggressività orale determinata dal mordere il seno materno; l’altra forma di aggressività ha origine dalle pulsioni anali e uretrali. Secondo l’Autrice:
Insieme con questi escrementi dannosi, espulsi con odio, sono proiettati sulla madre o, come piuttosto direi, dentro la madre, anche parti scisse dell’Io. Gli escrementi e le parti cattive del Sé non sono intesi soltanto come mezzi lesivi dell’oggetto ma anche come mezzi che permettono di controllarlo e di impossessarsene. Poiché e in quanto, con tale proiezione dentro, la madre viene a contenere le parti cattive del Sé, ella non è sentita come un individuo separato ma come il Sé cattivo.

In questa fase gran parte dell’odio nei confronti di parti del Sé si indirizza alla madre. Ciò determina una forma particolare di identificazione che costituisce il prototipo delle relazioni oggettuali aggressive. Proporrei di denominare questa forma di processo di identificazione, identificazione proiettiva. Quando la proiezione deriva principalmente dall’impulso a nuocere alla madre o a controllarla, il lattante avverte la madre come un persecutore. Nelle psicosi questa identificazione di un oggetto con le parti odiate del Sé contribuisce a intensificare l’odio contro altre persone. Nella misura in cui interessa l’Io, l’eccessiva scissione ed espulsione di sue componenti nel mondo esterno lo indebolisce considerevolmente. Infatti la componente aggressiva dei sentimenti e della personalità è psichicamente posta in strettissimo rapporto con il potere, la potenza sessuale, la forza, la conoscenza e altre ambite capacità.

L’espulsione e la proiezione di parti del Sé non concernono però solo componenti cattive ma anche buone. In quest’ultimo caso gli escrementi assumono il significato di doni, e le parti dell’Io che insieme agli escrementi sono espulse e proiettate nell’altra persona rappresentano il bene, cioè le parti amorevoli del Sé. L’identificazione, basata su questo tipo di proiezione influenza anch’essa, e sostanzialmente, le relazioni oggettuali. La proiezione nei confronti della madre di sentimenti buoni e di parti buone del Sé è fondamentale perché nel lattante si determini la capacità di sviluppare relazioni oggettuali buone e l’integrazione dell’Io.

(Melanie Klein , op. cit., pp. 416-417.)
Sotto un altro profilo si può stabilire una connessione tra il concetto di identificazione e quello di identità: la seconda appare essere la relazione intrattenuta da un ente esclusivamente con se stesso; mentre il contrario dell’identità è costituito dalla differenza che è la relazione stabilita dagli altri con un ente. Secondo la psicologia del profondo, il costituirsi dell’identità si determina nei primi anni di vita del bambino, con la scoperta del mondo degli oggetti mediante la quale egli istaura appunto una relazione oggettuale. Nasce, così, la distinzione fra tale realtà oggettuale e il proprio sé mentale e fisico, e proprio da questa distinzione origina il sistema dell’Io, attraverso una serie di processi di identificazione i quali, nel corso delle fasi libidiche, trovano un epicentro nello stadio fallico con l’instaurarsi del complesso di Edipo. L’essenza di tale complesso infatti è costituita, da parte del bimbo o della bimba, da un’ identificazione di tipo affettivo nei confronti della figura materna o paterna e dai conseguenti atteggiamenti e interpretazioni che i bimbi ne danno. Molto verosimilmente le istanze psichiche dell’Io e del Super-io si differenziano dall’Es originario, in modo quasi definitivo, proprio attraverso tali processi.

Peraltro non solo ci riconosciamo negli altri e mediante gli altri attraverso i meccanismi dell’identificazione già noti, ma, prima ancora, dobbiamo essere in grado di individuare noi stessi e quindi l’essenza della nostra personalità attraverso un sistema che permetta all’Io un continuo adattamento e una difesa costante. Si tratta di una funzione primigenia che ci consente di rapportarci alla nostra essenza intima e che si correla alla dinamica dei nostri processi onirici e dei nostri più profondi procedimenti psichici inconsci. Denominiamo questa funzione o meccanismo il riconoscimento o identificazione con se stessi : esso si configura come un’espressione e realizzazione del mondo interno e più profondo del soggetto, sede dinamica nella quale egli crea e riscontra continuamente la propria identità. Tale meccanismo costituisce una sorta di “ponte” che il soggetto stabilisce continuamente, e specie per via inconscia, tra due fondamentali modalità costitutive della personalità: l’affermazione di sé e la conseguente autonomia della stessa.

Riteniamo che siano proprie del riconoscimento alcune delle seguenti caratteristiche:
  • Si tratta di un nucleo psichico su base genetica.
  • Agisce a livello profondo e quindi inconscio.
  • Si conserva stabile malgrado i continui cambiamenti psichici e somatici dell’individuo.
  • Il riconoscimento è in grado di discernere fra le diverse istanze psichiche, ed ha piena percezione della realtà oggettuale.
  • Infine, si tratta di un meccanismo di difesa riuscito.
In particolare il riconoscimento, da un punto di vista teoretico, si può considerare un atto conoscitivo che porta a possedere il proprio oggetto riscontrandolo come già posseduto in un atto precedente del quale il soggetto conserva il ricordo. Quest’ultimo può essere di vario tipo, avere natura conscia o inconscia, essere abituale o eccezionale, avere carattere positivo o negativo, essere gratificante o frustrante, e così via. Infatti il riconoscimento opera anche in caso di presenza di psicopatologia e di conseguenza il vissuto del soggetto sarà di volta in volta quello proprio della malattia della quale egli è portatore, o anche di un suo periodo di salute mentale. Naturalmente l’indice di identificazione può essere connesso sia a un segnale “forte” sia a uno “debole”. In quest’ultimo caso la precarietà del segnale sarà direttamente proporzionale alla situazione psicopatologica.

Per meglio chiarire il concetto relativo al riconoscimento, possiamo osservare per autoanalisi che l’Io del soggetto può ricollegarsi ad un episodio avvenuto anche molti anni prima ed è in grado di riconoscere, in quel preciso momento, che egli in quell’istante lontano, e contemporaneamente oggi, è ancora se stesso con la medesima, anche se non identica, struttura psichica la quale costituisce una sorta di continuità con la sua dotazione iniziale. Tale struttura, nella sua sostanza e nella sua base inconscia, apparirà al soggetto essere rimasta profondamente invariata, salvo che per gli aspetti evolutivi o involutivi ad essa collegati. L’Io, così, in maniera simultanea, potrà avere la percezione di sé nel momento presente e, allo stesso tempo, in modo contemporaneo, sarà in grado di collegarsi a quel lontano passato, portatore delle problematiche di quel tempo remoto e pur così prossimo al soggetto.

Difatti, mediante il riconoscimento, si confrontano simultaneamente due identità: quella presente e l’altra di un tempo. L’identificazione che il soggetto compie su se stesso risulta così costituita da una lunga serie di riconoscimenti. Un caso clinico suggerito dall’interruzione di questo processo è offerto dalla psicopatologia: per esempio dallo stato dissociativo, a causa del quale il soggetto non riconosce più se stesso, o quanto meno non si riconosce nell’interezza del suo Io, per tutta la durata della malattia. Lo stato di malattia psichica si verifica anche per altre importanti patologie: una grave depressione, ad esempio, può contribuire a fornire un quadro deformato del riconoscimento. Tale meccanismo in ogni caso è un tramite tra le diverse tappe, fra i numerosi anelli evolutivi della nostra personalità.

E’ nota la continua interazione delle difese tra loro, in funzione delle tre istanze fondamentali Io, Es e Super-io; quanto è interessante rilevare è che tale interazione può avvenire a vari livelli e simultaneamente. Anche secondo la scienza medica moderna, l’organismo assolve a più funzioni in modo contemporaneo tanto che esiste immediatezza e simultaneità tra le funzioni organiche e quelle psichiche. Le normali funzioni psichiche (come quelle organiche del resto) si svolgono simultaneamente a diversi livelli e su vari piani, e ciò probabilmente vale anche per i meccanismi di difesa. Per esempio, il riflesso pupillare serve simultaneamente da riflesso visivo (messa a fuoco dell’immagine) e da difesa della retina a protezione degli insulti luminosi.

Ormai in vari campi dello scibile si sta facendo strada l’idea che le così dette “anormalità” o “eccezioni” non siano fenomeni strutturali ma eventi dinamici derivanti dalla rottura dell’equilibrio logico-simultaneo di una realtà che viene sempre e comunque espressa e ciò avviene simultaneamente a due o più livelli. Questa simultaneità, come abbiamo già rilevato, vale anche per i meccanismi di difesa e di adattamento. Noi rimuoviamo ma contemporaneamente ci riappropriamo di qualcosa. Noi proiettiamo ma anche al tempo stesso ci identifichiamo in qualcosa, in un nostro nuovo riconoscimento, e così via. Noi compiamo una repressione o una regressione ma nello stesso momento una o diverse altre difese entrano in azione per compensarle.

Così il riconoscimento per noi assume le caratteristiche di una vera e propria constatazione di identità e si collega, pertanto, a fenomeni di identificazione. Aderire ad un “fatto esistenziale” mediante il riconoscimento può invero ricondurci a nostre intime verità anche recenti e indurci a stabilire così una connessione tra le evidenze presenti in quel “fatto” e le problematiche attuali dell’Io. A quest’ultime si possono ricollegare, in realtà, concetti come l’approvazione o l’accettazione oppure anche sensazioni o concetti di divieto come quelli derivanti dal Super-io.

L’Io del soggetto, come è suggerito da il riconoscimento, svolge un percorso all’interno della memoria e dell’Es, compiendo una sorta di flusso di coscienza, per ritrovare parti di sé che gli confermino l’identificazione con se stesso. Mediante tale funzione o sistema vengono inviati così, all’Io, quei segnali e messaggi che gli consentono di intraprendere e di attuare una sorta di esplorazione andando a ricuperare per riappropriarsene punti lontani della sua esistenza. Il riconoscimento, peraltro, ha caratteristiche analoghe a quelle della riappropriazione e ricupero (Luigi Pecchio, La riappropriazione e ricupero, in “Simposio”, I parte n. 6, p. 145 e II parte N. 10, p. 15), ma se ne differenzia perché non si limita a proporre solo una riemersione del rimosso come avviene nella riappropriazione. In particolare, il riconoscimento esplora i percorsi esistenziali dell’Io per creargli quelle conferme o certezze che lo stesso va cercando o che gli sono necessarie; inoltre tale meccanismo è atto a suggerire alcune spiegazioni ai dubbi e alle ansie che abitualmente percorrono la personalità rafforzandone il sistema di identità.

E’ capitato allo scrivente di rievocare un episodio avvenutogli 40 anni prima. Ma quello ero proprio io? Ebbene sì. Allora, se è così vuol dire che sono ancora io e che quello di un tempo esiste tuttora, o meglio che l’Io esiste perché è vivo ancora l’Io di un tempo. E’ da aggiungere che anche i ricordi, per un certo aspetto, sono forme di riconoscimento perché anch’essi riguardano strettamente noi e la nostra storia. Essi peraltro contribuiscono a creare un’identificazione con noi stessi però rivolta nei confronti della realtà oggettuale. Di conseguenza risulta evidente che il sistema memoria è strettamente collegato da un lato alla rimozione e dall’altro alla riappropriazione e ricupero e infine al riconoscimento.

In maniera indipendente dalle logiche dottrinarie, si può così dimostrare che le difese a volte finiscono per essere modi di procedere della mente e sono modalità di adattamento tout court, mentre, altre volte, possono svolgere una funzione quasi fisiologica e assumere un reale compito di difese vere e proprie. Peraltro è da osservare che l’Es si prospetta in modo complesso e multiforme rendendo a volte la vita psichica varia fino all’imprevedibile: se da un lato si evidenzia in aspetti drammatici (cfr. le pulsioni aggressive) dall’altro è anche indagante e ludico così come ce lo presenta Freud in diverse sue opere (cfr. in particolare Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, [1899], in Opere, Boringhieri, Torino, 1966, vol. III; Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, [1901], in Opere, Boringhieri, Torino, 1970, vol. IV; Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, [1905], in Opere, Boringhieri, Torino, 1972, vol. IV.)

Il riconoscimento ha molte caratteristiche delle difese e si presenta come microapparato psichico. Ha le seguenti proprietà:
  • E’ dotato di una base organica e di una base psichica.
  • E’ un sistema volto a mutare la realtà psichica del soggetto con una identificazione o un cambiamento.
  • Interagisce con gli altri processi e meccanismi psichici come accade per le difese.
  • Le difese sono volte a proteggere l’Io, e ciò avviene anche per il riconoscimento che, nell’interpretare la storia dell’Io, gli riconsegna la sua identità profonda, dandogli così sicurezza.
Le ragioni e le motivazioni che possono indurre l’Io a utilizzare il riconoscimento possono essere molteplici. La necessità per l’Io di ripercorrere la sua storia discende innanzi tutto da un bisogno di identità e di sicurezza che a loro volta sollecitano un’esigenza di affiliazione. I bisogni fondamentali del soggetto sono – fra l’altro – quelli di essere amato e accettato dagli altri, oltre a quello di conoscersi e di avere fiducia in sé stesso, per potere così garantire il proprio inserimento sociale. Potremmo perciò creare una gerarchia esistente fra l’Io e la struttura esterna o il mondo relazionale:
  1. Il bisogno di riconoscimento di sé
  2. Il bisogno di relazione con l’altro per essere amato e per socializzare.
In tale modo il riconoscimento potrebbe essere considerato, sia pure con la debita prudenza dell’accostamento, una sorta di sistema immunitario del sistema psichico e di pensiero, e quindi una difesa del tutto riuscita.

Nota del curatore
Il presente scritto è tratto dal libro di Luigi Pecchio “L’orma dell’immensa-mente metapsicologia dei meccanismi di difesa e di adattamento” di prossima pubblicazione.


 
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