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di Anna Livia Balderi, argomento: Psicologia Sociale

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Il concetto di famiglia è stato oggetto di continui cambiamenti, a causa delle profonde trasformazioni sociali e culturali che negli anni si sono susseguite. Infatti la famiglia può assumere, nel tempo e nello spazio, tante di quelle forme che è difficile sia darne una definizione che farne oggetto di studio. Parte della letteratura ha individuato cinque assetti prevalenti, dove il rapporto fra genitori e prole assume aspetti diversi (Donati, 1998; Scabini & Cigoli, 2000).

Nelle società primitive (o semplici) la famiglia, pur ricompresa all’interno dei legami tribali, mantiene le relazioni di coppia e fra genitori e figli. Nelle società antiche (o tradizionali o premoderne), comincia ad evidenziarsi la nuclearità della famiglia, che si afferma come ambito essenzialmente privato. Il fulcro è costituito dai legami di parentela e, soprattutto, dalla discendenza. Nella società borghese della prima modernità si accentua ulteriormente la “privatizzazione” dell’ambito familiare e si assiste al dualismo fra la famiglia borghese, volta all’imprenditorialità familiare, e quella proletaria, che dalla prima trae il proprio sostentamento.

Mentre le metamorfosi di questi primi tre modelli sono avvenute molto lentamente, con l’avvento della modernità i cambiamenti socio-culturali hanno subìto una fortissima accelerazione, riflettendosi anche sulla conformazione del nucleo familiare, tanto da confonderne le forme più recenti. Emergono tuttavia due modelli di famiglia prevalenti: uno relativo alla società di piena industrializzazione nella modernità avanzata e l’altro alle formazioni storico-sociali post industriali o post moderne. Nel primo tipo, a seguito dell’affermarsi del welfare state, vengono meno le nette divisioni che avevano caratterizzato il modello proletario-borghese e la famiglia diventa sempre più nucleare. In particolare negli ultimi quaranta anni, col tramonto dell’economia basata essenzialmente sull’agricoltura e delle relazioni, anche familiari, che ne discendevano, decade il modello di famiglia patriarcale, a vantaggio di una famiglia sempre meno estesa, in cui i ruoli di genere tendono a ridurre la loro connotazione gerarchica. Questa nuova tipologia di famiglia, però, perdendo il sostegno dell’entourage che la circondava, diventa più vulnerabile alle difficoltà. Invece nel periodo post industriale, con la crisi del welfare state, riemerge la capacità della famiglia di erogare, anche attraverso reti e legami, servizi primari per la vita quotidiana. In questo modello il capitale relazionale è di fondamentale importanza, in quanto costituisce la porta di accesso ad altre importantissime risorse, fra cui spiccano quelle tecnologiche (Donati, 1998).

In una visione come quella sopra esposta, la famiglia non si evolve in maniera lineare, bensì si allarga e si restringe in una logica di interdipendenza con il contesto sociale di riferimento. Altre scuole di pensiero, invece, sposano la tesi evoluzionista, secondo la quale la famiglia, originatasi da un unico modello, ha successivamente assunto forme eterogenee, perdendo progressivamente le funzioni che la caratterizzavano all’origine, trasferendole alla società (Scabini & Donati, 1994).

Pur nelle metamorfosi che ne hanno accompagnato lo sviluppo, è possibile individuare alcune caratteristiche che costituiscono l’identità della famiglia. Le funzioni principali della famiglia consistono nel soddisfacimento dei reciproci bisogni di intimità e supporto all’interno del rapporto di coppia e nell’allevamento dei figli. Innanzitutto la famiglia è una forma sociale naturale primaria, sia dal punto di vista strutturale, quale unione durevole e socialmente sancita di una coppia eterosessuale e dei loro figli, che assicura la riproduzione non solo biologica, ma anche educativo-culturale, sia per quel che riguarda i rapporti sociali ed economici (Scabini & Iafrate, 2003). Inoltre la famiglia è una struttura relazionale che consente ai suoi componenti da un lato di riconoscersi come tali e dall’altro di rapportarsi con ciò che sta al di fuori (non-familiare).

La famiglia è quindi un’organizzazione di relazioni primarie, la cui missione è la generatività, che si fonda su due differenze cruciali: di genere e di generazioni (Hinde, 1997). La prima differenza (Kernberg, 1995), di tipo orizzontale, dà origine ad un patto, quello coniugale. La seconda, verticale, dà luogo ad una gerarchia basata sul riconoscimento del figlio da parte dei genitori. A queste due differenze fondamentali, che costituiscono gli assi su cui si sviluppano i legami e le relazioni familiari, negli ultimi anni, a seguito della connotazione multietnica assunta dalla società, si è aggiunta nuovamente quella fra stirpi che, seppur preesistente, a seguito dell’andamento evolutivo della famiglia aveva perso gran parte della sua importanza. Anch’essa è una differenza generazionale. Queste differenze caratterizzano la famiglia, rendendola unica rispetto ad altre tipologie di gruppi “artificiali”(Pontalti, 1994). Inoltre la famiglia differisce dalle altre tipologie di gruppi, per l’importanza che riveste il fattore storico-temporale, in quanto la famiglia è un gruppo che condivide un passato comune i cui legami si protraggono nel futuro. Infine ulteriori elementi caratterizzano i rapporti familiari rispetto a quelli esistenti negli altri gruppi, poiché i legami familiari sono (Scabini, & Iafrate, 2003):

  • primari, poiché riguardano le persone in quanto tali e non i ruoli da esse ricoperti
  • vincolati e condizionati, talvolta in maniera determinante
  • gerarchici, anche se esistono alcune relazioni paritarie
  • definiti da aspetti affettivi, di cura, etici e di responsabilità.
Queste caratteristiche coesistono contestualmente soltanto nei legami di tipo familiare.

Come avviene per le altre tipologie di gruppo, la famiglia è qualcosa di più e di diverso rispetto alla somma delle singole parti. La sua importanza ed unicità però sono tali che se la famiglia entra in crisi in maniera generalizzata è tutta la società a risentirne e ciò può causare problemi sociali anche irrisolvibili. La famiglia inoltre è un’entità dinamica. A tale proposito occorre tenere presente che, come già accennato, col progressivo ridursi delle famiglie di tipo tradizionale, costituite da due genitori coniugati e dalla relativa prole, in cui il marito aveva compiti di procurare il sostentamento della famiglia e la moglie si occupava della casa e dei figli, la situazione si è fatta senz’altro più complessa. Comunque studi effettuati comparando famiglie tradizionali con altre tipologie di struttura familiare (coppie di fatto, famiglie monogenitoriali, comunità di famiglie) e valutando un’ampia gamma di aspetti del comportamento emozionale, sociale ed intellettuale dei bambini non hanno evidenziato particolari vantaggi dell’appartenenza ad un gruppo rispetto ad un altro (Schaffer, 1996).

Il rapporto genitori-figli è senz’altro lo snodo principale dei rapporti familiari. Occorre però tener presente che, a differenza di quanto avviene nel mondo animale, dove vi è una netta cesura generazionale, nella specie umana vi è la compresenza di due o più generazioni e la discendenza contribuisce in maniera significativa a definire l’identità dell’individuo. Pertanto, per una maggiore comprensione delle diverse dinamiche esistenti, l’analisi psicologica familiare, che si propone di studiare la relazione tra i membri e l’insieme della famiglia, si dovrebbe estendere anche ai rapporti intergenerazionali . Lo stesso approccio può essere utilizzato riguardo ai legami (Scabini & Cigoli, 2000), che possono essere interpersonali (orizzontali, tra coniugi e tra fratelli), intergenerazionali (verticali, fra le famiglie di origine e la nuova famiglia e fra genitori e figli), transgenerazionali (verticali, fra stirpi) e di intermediazione (orizzontali, fra famiglia e comunità) (Cigoli, 1992).

Soffermiamoci brevemente su questi legami. Il primo, il legame coniugale, di tipo orizzontale, è l’asse portante della famiglia e si esprime attraverso un patto che, nella nostra cultura occidentale, è considerato paritetico. Il legame fra coniugi inoltre fa da ponte fra due generazioni: quella precedente e quella successiva (Kernberg, 1995). L’altro legame orizzontale è quello fra fratelli, che ha la caratteristica di essere il legame di maggior durata temporale (Dunn & Plomin, 1991). Come per il legame coniugale, è considerato paritetico nella società occidentale attuale, ma in altre società e/o epoche storiche sia il genere che l’ordine di genitura rivestono un ruolo di rilievo nelle dinamiche familiari. Il legame intergenerazionale costituisce l’asse verticale che lega fra loro le diverse generazioni ed è gerarchico, non paritetico. Possiamo individuare due diversi canali di scambio: quello diretto, fra genitori e figli e, in una visione allargata, fra le famiglie di origine dei coniugi e la nuova famiglia da loro formata, e quello più lungo, fra le due stirpi, materna e paterna, che, essendo tramandato e quindi indiretto, assorbe gli aspetti mitologici e valoriali delle relazioni intergenerazionali. Infine il legame fra famiglia e comunità; quest’ultima, a sua volta, è formata da legami intergenerazionali che si muovono nella società, dando vita a scambi e rapporti più o meno importanti.

E’ quasi superfluo evidenziare che questi legami sono fra loro intensamente correlati; tuttavia non possono essere posti tutti sullo stesso piano. Infatti il legame coniugale costituisce sia l’origine che il fulcro di queste interconnessioni, poiché la nuova coppia è al contempo il ricettacolo dell’eredità delle generazioni passate, la matrice di quelle future ed il luogo di mediazione non solo intergenerazionale, ma anche sociale. Tutti i legami sono accomunati dal fatto che possono essere influenzati, positivamente o negativamente, da processi sia interni che esterni e ciò si riflette profondamente sul loro funzionamento e, per alcuni di essi, anche sulla durata.

Infine un accenno ai momenti in cui questi legami emergono in tutta la loro significatività: le transizioni chiave della famiglia, ossia quei passaggi fondamentali, che possono essere originati da eventi, sia prevedili che imprevedibili, caratterizzati dalla crescita (es. matrimoni, nascite, adozioni) o dalla perdita (lutti, separazioni, malattie, fallimenti), oppure da passaggi più sfumati e graduali, legati al trascorrere del tempo ed ai mutamenti che questo comporta. Le transizioni da un lato svelano il patto che lega la famiglia e dall’altro lo mettono alla prova e comportano la riorganizzazione di tutta la famiglia per affrontare i cambiamenti richiesti dalla nuova situazione . Nella moderna società occidentale i riti di passaggio in cui si collocano questi veri e propri punti di non ritorno sono meno rilevanti e simbolici rispetto al passato.

Quelle sopra esposte sono soltanto alcune delle componenti del concetto di famiglia. Quest’ultima, però, è un’entità così complessa ed in continua evoluzione, che si presta ad essere analizzata sotto molteplici altri punti di vista.

La famiglia influenza significativamente, nel bene e nel male, moltissimi aspetti della vita del bambino, quali ad esempio lo sviluppo morale, l’aggressività, l’autostima ed anche il processo di socializzazione. Qui affrontiamo le dinamiche che caratterizzano il rapporto più importante ai nostri fini, ossia quello fra genitori e figli, nella convinzione che la relazione adulto/bambino sia fondamentale per la crescita e lo sviluppo delle competenze relazionali ed emotive (Cutting & Dunn, 1999; Ruffman, Slade & Crowe, 2002; Pons, Lawson, Harris & de Rosnay, 2003; de Rosnay, Pons, Harris & Morrel, 2004).

Quello fra genitori e figli è l’unico legame familiare, quanto meno nella cultura occidentale, a presentare il carattere della indissolubilità . Pur con tutte le difficoltà legate alla generalizzazione, si possono evidenziare tre obiettivi che tutti i genitori perseguono nello sviluppo dei figli (Schaffer, 1996): garantire loro la sopravvivenza, il benessere economico e l’autorealizzazione. Ovviamente il primo obiettivo costituisce condicio sine qua non per il conseguimento degli altri due ed era maggiormente avvertito in passato, stante la maggior precarietà delle condizioni di vita rispetto ad oggi.

E’ indubbio che negli esseri umani, così come negli altri animali, il modo in cui i genitori si prendono cura dei figli è determinato da fattori genetici: la sopravvivenza della prole è assicurata solo se i genitori sono biologicamente programmati per fornire cure e protezione ai loro piccoli. A differenza però di quanto avviene nel mondo animale, il genere umano presenta un alto grado di flessibilità nel modo in cui mette in atto queste cure, che si protrarranno molto a lungo nel tempo. Inoltre la funzione genitoriale è caratterizzata non solo dall’investimento affettivo, ma anche dalla reciprocità: lo scambio genitore/figlio è interattivo e circolare, poiché il bambino non è il recettore passivo delle cure genitoriali ma, a sua volta, modifica il comportamento di coloro che si prendono cura di lui.

Dal punto di vista empirico, bisogna innanzitutto premettere che gli studi sulle cure genitoriali sono, in larghissima parte, centrate sulla relazione mamma-bambino, che ha come elemento fondante la fiducia, mentre viene tradizionalmente trascurato l’apporto della figura paterna. Pertanto di seguito, pur utilizzando il termine più ampio di genitore, il riferimento è rivolto essenzialmente alla madre, quale principale care-giver (de Rosnay & Harris, 2002). E’ comunque indubbio che la relazione madre-bambino sia di fondamentale importanza, poiché è su tale esperienza che il bambino fonderà le successive relazioni interpersonali e l’attaccamento sociale (Sroufe, 1995; Dunn, 1998). Per questo motivo la madre è la figura dominante all’interno del gruppo formato dagli altri membri della famiglia, con un ruolo diverso da quello del padre. La madre ha una funzione di prossimità e cura, il padre di separazione e definizione delle regole, innanzitutto ponendo le distanze fra la madre e il figlio come oggetto di piacere ed entrambi sono modi di esprimere l’amore.

Lo sviluppo del bambino consiste nel processo di passaggio, attraverso l’interazione e l’aggiustamento reciproco, da una totale dipendenza dai componenti del gruppo familiare ad una sempre maggiore indipendenza, che però non sarà mai assoluta. Inoltre le figure parentali rivestono un ruolo di primaria importanza anche nello sviluppo del sistema di autoregolazione del bambino, sia biologico che comportamentale, a livello non solo di macroregolazioni, ma anche di microregolazioni o “sintonizzazioni”. Queste ultime, soprattutto nell’ambito della relazione genitore-bambino, costituiscono i mattoni su cui il bambino, nel corso della sua evoluzione, costruirà la capacità di autoregolazione, di comprendere le emozioni ed i comportamenti altrui e, in seguito all’elaborazione cognitiva, anche l’empatia.

Quindi le prime relazioni sono cruciali per lo sviluppo anche dal punto di vista adattativo, poiché proprio la comprensione e la dimostrazione delle emozioni aprono al bambino le porte delle interazioni sociali nel mondo degli adulti ed avviano il processo di socializzazione e di costruzione di legami interindividuali. Infatti le emozioni, come abbiamo visto nel primo capitolo, sono non solo risposte adattative dell’individuo all’ambiente in cui vive, ma anche regolatori fondamentali della vita sociale: i modelli di autoregolazione, anche emotiva, sono strettamente connessi ai successivi pattern di adattamento sociale. Il modo in cui il bambino gestisce, intende e crea l’esperienza e forma nuove relazioni è fortemente influenzato dalle relazioni che ha vissuto in precedenza (Greco, 1997).

La letteratura, per rappresentare le relazioni bambino-genitore, ha utilizzato due approcci: uno relativo al rapporto fra cure genitoriali e socializzazione e l’altro relativo all’attaccamento fra i bambini piccoli ed i loro genitori.

Sulla prima tipologia di approccio vi è una copiosa produzione scientifica, volta a mettere in luce il grado di accettazione, di risposta o di controllo delle madri verso i propri figli (de Rosnay & Harris, 2002). Uno dei contributi di maggiore interesse in questo campo è quello di Baumrind (1989), che individua quattro diversi stili di cura genitoriale, utilizzando le direttrici accettazione/rifiuto e controllo/permissività. Incrociando queste caratteristiche otteniamo uno schema in cui i genitori possono essere autorevoli (accettanti ed esigenti), autoritari (rifiutanti ed esigenti), permissivi (permissivi e accettanti) e negligenti (permissivi e rifiutanti o disinteressati).

Entrando maggiormente nel dettaglio, le quattro tipologie sono le seguenti:
  • Autoritaria: affermazione del potere genitoriale, atteggiamento distaccato, richiesta di obbedienza
  • Permissiva: dimostrazione di amore e affetto, scarso controllo
  • Autorevole: combinazione di attenzione e richiesta di risultati
  • Trascurante e di rifiuto: disimpegno, scarso controllo e attenzione
Lo stile genitoriale è una chiave di lettura dello sviluppo del bambino. Infatti secondo l’Autrice i figli di genitori autorevoli sono quelli più avvantaggiati: dotati di autostima, di senso di responsabilità, di autocontrollo, di capacità di cooperare, di competenza emotiva. I bambini dei genitori permissivi tendono a non porsi risultati da raggiungere, mentre i figli di genitori autoritari tendono ad essere poco competenti e maleducati. La categoria più a rischio di devianza sono i figli dei genitori del quarto tipo, che presentano difficoltà sia a livello cognitivo che sociale. Queste caratteristiche si presentano fino all’adolescenza, anche se sono ovviamente influenzate da altri aspetti, quale il carattere del bambino ed il genere di appartenenza.

Come già evidenziato nel primo capitolo a proposito di competenza emotiva e socializzazione, vi è una reciproca influenza ed interazione fra il temperamento del bambino ed il processo di socializzazione (Goldman, 1980; Francescato, Putton & Cudini, 1989; Di Pietro, 2000; Corsano, 2003). La medesima considerazione può essere fatta a proposito del rapporto coi genitori, poiché il modo di esercitare le cure genitoriali cambia sia a seconda del carattere del bambino che del precedente vissuto fra il bambino ed i suoi genitori. Un altro aspetto interessante è dato dal fatto che, laddove vi sono più figli, i genitori si comportano diversamente con i diversi figli, sia dal punto di vista dell’affettività che dell’esercizio della disciplina e del controllo. Le differenze di comportamento mostrate dai bambini dipendono quindi senz’altro dal modello genitoriale in cui sono cresciuti, ma anche dall’influenza del contesto sociale di riferimento.

Il secondo filone di studi tende a spiegare le differenze individuali analizzando ciò che succede fra genitori e figli ed evidenzia ancor di più il livello delle relazioni. E’ in questo ambito che si sviluppa la teoria dell’attaccamento, che si basa sul presupposto che l’attaccamento sia un fenomeno non solo specifico, ma anche durevole nell’arco della vita e che abbia un ruolo nello sviluppo della competenza emotiva. Gli effetti dei primi attaccamenti, in particolare quello materno, persistono per tutto il ciclo di vita, tanto che si ipotizza la continuità da un lato fra il modello di attaccamento messo in atto dalla madre col suo bambino e quello che lei ha a sua volta vissuto ed interiorizzato e dall’altro fra il modello di attaccamento vissuto dal bambino ed i suoi attaccamenti futuri. (Sroufe, 1995).

L’approccio prevalente della teoria dell’attaccamento riguarda gli aspetti relativi alla sicurezza all’interno della relazione genitore/bambino. Infatti secondo uno dei maggiori studiosi dello sviluppo infantile, il pediatra e psicoanalista J. Bowlby (1976), la sicurezza o insicurezza che il bambino avverte nel legame con la madre, che si prende cura di lui, influenzerà in maniera determinante lo sviluppo della personalità, e quindi della competenza emotiva, del bambino e sul modo con cui egli costruirà le successive relazioni affettive (Dunn, 1998, Schaffer, 1996) tanto che, se privato delle cure materne, il bambino presenterà un ritardo nello sviluppo fisico, intellettuale e sociale. L’individuo ed il contesto di riferimento sono quindi inscindibili per la comprensione del modello di attaccamento vissuto (sicuro/insicuro) e la possibilità di modificare il proprio percorso di attaccamento diminuisce all’aumentare dell’età.

Anche in situazioni di insicurezza, il bambino tenderà comunque a costruire dei legami, seppur instabili e pertanto non qualitativamente soddisfacenti per il suo sviluppo futuro.

Ainsworth (1978), mediante la procedura della “Strange Situation”, che prevede una serie di blandi stress volti a misurare le reazioni del bambino in situazioni di separazione, essenzialmente dalla madre, estrapola tre tipologie di attaccamento: sicuro, insicuro/evitante, insicuro/resistente, a cui la letteratura successiva ha aggiunto un ulteriore tipo, insicuro/disorganizzato. Le modalità con cui il bambino stabilisce le prime relazioni, ed in particolare il livello di sicurezza dell’attaccamento, sono fondamentali non solo per lo sviluppo futuro, ma anche per le altre relazioni che costruirà nell’arco della sua vita. Secondo quanto ipotizzato dall’Autrice, il grado di maggiore o minore sicurezza dell’attaccamento è strettamente collegato dalla predisposizione della madre di relazionare col bambino nei primi mesi di vita.

Inoltre è stato ipotizzato che la qualità dell’attaccamento, individuata secondo le tipologie sopra descritte, costituisca la matrice di un certo numero di aspetti psicologici che emergeranno successivamente nello sviluppo del bambino: caratteristiche della personalità, capacità relazionali con adulti e coetanei, adattamento ed infine la competenza emotiva, aspetto che ci riguarda maggiormente ai fini della presente tesi. Benché molti studi abbiano suffragato l’ipotesi che i bambini con attaccamento classificato come sicuro ottengano migliori performance rispetto a bambini insicuri, il dato appare controverso, in quanto sono state rilevate numerose eccezioni da cui emerge che così come un attaccamento sicuro non è garanzia di successiva resilienza, anche il gap dovuto all’attaccamento insicuro può essere superato. Questo perché nel lungo periodo contribuiscono allo sviluppo del bambino numerose variabili (sociali, familiari, di genere, …..), che generano situazioni diverse, anche in contrasto fra loro, per cui il cui l’esito finale è difficile, se non impossibile, da prevedere.

Nel concordare sull’importanza di un attaccamento sicuro quale requisito essenziale per lo sviluppo armonico e sereno del bambino, si rilevano difficoltà di superare un attaccamento distorto. Inoltre è con una separazione non traumatica dall’attaccamento che il bambino prima e l’adolescente poi acquistano sicurezza, autonomia e costruiscono la propria identità. Gli studi di Bowlby (1976) e di Ainsworth (1978), peraltro fortemente innovativi nel campo della psicologia dell’età evolutiva, propongono un modello diadico madre/bambino, mentre è importante studiare anche le relazioni che la triade bambino-genitori mette in atto nel contesto sociale di riferimento, dal quale non si può prescindere. La validità dell’approccio triadico è sostenuta anche da Kerig e Lindhal (2006) che, analogamente ad altri autori , configurano la famiglia come un insieme.

Per lungo tempo la teoria dell’attaccamento ha riguardato esclusivamente i primi due anni di vita del bambino, periodo in cui si sviluppa il legame con la sua mamma (Mahler, 1975; Bowlby, 1976). Di conseguenza, esiste un’ampia produzione di letteratura e di studi sull’attaccamento nel primo biennio di vita del bambino, mentre si rileva una carenza per i periodi successivi. In realtà l’attaccamento, riferito a persone e/o situazioni diverse, riguarda tutte le fasi della vita, e le prime esperienze sono determinanti per la creazione dei legami successivi ed il modo di portarli avanti.

Inoltre la sicurezza costituisce senz’altro un elemento fondamentale della relazione bambino-genitore e continua ad esserlo anche durante la fase di crescita, ma ad essa si aggiungono altri aspetti rilevanti per lo sviluppo del bambino, quali ad esempio le manifestazioni di affetto, la condivisione della quotidianità, della gioia e degli affetti, l’espressività, il coinvolgimento reciproco, la conflittualità, il gioco, la gestione dello stress e via discorrendo. Un altro elemento importante è senz’altro la stabilità familiare e la sua influenza sia sul livello di sicurezza percepito dal bambino che sul comportamento dei genitori nei suoi confronti in presenza di situazioni di cambiamento, soprattutto se negative.

Per quel che riguarda in particolare il rapporto fra attaccamento ed autoregolazione delle emozioni, Saarni (1999) ipotizza che i bambini che hanno sviluppato un attaccamento sicuro siano maggiormente in grado di gestire sentimenti negativi quali la rabbia e la frustrazione, mettendo in atto un efficace meccanismo di regolazione delle emozioni. Da quanto finora esposto si evince che la famiglia costituisce il contesto più importante, il nucleo primario in cui avviene la formazione e la socializzazione dell’individuo (Schaffer, 1996; Cusinato, Cristante & Morino Abbele, 1999), intendendo con questo termine il processo finalizzato a favorire l’adattamento del bambino alla società cui appartiene, mediante l’apprendimento e l’interiorizzazione di comportamenti socialmente accettabili in quello specifico contesto, la cui importanza è già stata sottolineata nel primo capitolo.

La famiglia è una vera e propria “piccola società in miniatura”, con le sue regole, anche nascoste, la sua struttura, il suo linguaggio, il suo stile di vita, i suoi parametri culturali e valoriali che la rendono unica ed irripetibile .- ma talvolta difficilmente comprensibile da coloro che non ne fanno parte - che da un lato riflette la società a cui appartiene, dall’altro contribuisce a modificarla. I genitori hanno il compito di trasmettere norme, valori, regole di comportamento, ma anche astuzie affinché il bambino sia in grado di interagire al meglio nel proprio ambiente. Il risultato dipenderà anche dall’intensità emotiva con cui assolveranno al loro compito e dalla capacità di superare le difficoltà legate alla perdita di sicurezze della trasmissione generazionale manifestatesi negli ultimi anni unitamente a fenomeni di pre-socializzazione, dove i figli vengono affidati a persone terze per favorire il rientro al lavoro delle madri. D’altronde la socializzazione delle emozioni è uno degli strumenti più importanti fra quelli che vengono acquisiti nel contesto familiare e consentirà al bambino “ben educato” di vivere in mezzo agli altri e ritagliarsi un proprio spazio nella società (Goldman, 1980; Francescato, Putton & Cudini, 1989; Di Pietro, 2000; Corsano, 2003).

La famiglia non è solo il primo ambito di crescita del bambino, ma anche il più importante, benché non sia l’unico. E’ un gruppo piccolo, dove quindi l’apprendimento è più agevole, che interagisce con altri gruppi (altre famiglie, sistema scolastico e lavorativo, ecc…), in cui il bambino viene gradualmente aiutato ad inserirsi.

La famiglia è un’entità diversa rispetto alla mera somma delle parti che la compongono (Kerig & Lindhal, 2006). Di conseguenza, anche se fossimo in grado di conoscere tutto ciò che riguarda i singoli membri e le reciproche relazioni, non avremmo informazioni sulle dinamiche che regolano il funzionamento del nucleo familiare nel suo complesso. Viceversa, le informazioni sulla famiglia come sistema non sono generalizzabili agli individui che ne fanno parte. Inoltre ogni componente della famiglia ricopre allo stesso tempo ruoli diversi: coniuge, fratello, genitore e figlio. Differenze di comportamento molto rimarcate dei genitori verso i figli possono originare esiti assai divergenti del processo di socializzazione. Infine la famiglia, a sua volta, fa parte di un sistema più ampio, dove interagisce con altri gruppi.

Una delle conseguenze di questi legami incrociati sono le reciproche influenze all’interno della famiglia: il bambino, col suo comportamento, influenza i genitori, che a loro volta lo influenzano ed anche la relazione fra i genitori si modifica in conseguenza della presenza del figlio. Inoltre le relazioni genitori-bambino e quelle coniugali influenzano anche le relazioni tra fratelli. In conclusione, la famiglia è costituita da una fitta rete di relazioni che si influenzano reciprocamente.

Per quel che riguarda invece i rapporti con l’esterno, la famiglia è fortemente influenzata dagli stimoli che provengono dal contesto di riferimento e presenta una grande capacità di adattarsi ai cambiamenti ed alle sfide che ne derivano, mediante processi di riorganizzazione. Le interrelazioni fra i diversi componenti fanno sì che anche quando l’evento esterno riguarda uno solo di essi le conseguenze si riflettano su tutto il nucleo familiare.

Tutto ciò si riflette, ovviamente, sulla socializzazione, che è il processo mediante il quale i modelli di comportamento ed i valori di una determinata società si trasmettono da una generazione all’altra. La socializzazione avviene essenzialmente durante l’infanzia. Dato che il bambino è troppo piccolo per obbedire a precetti astratti, inizialmente la socializzazione si realizza nelle situazioni concrete (mangiare, giocare, ….).

Negli ultimi anni sono state formulate diverse teorie per spiegare lo sviluppo psicologico del bambino nel suo contesto familiare, spostando quindi l’attenzione dal singolo alle relazioni. Le teorie più recenti concordano con quanto già evidenziato nei paragrafi precedenti, ossia che i bambini non sono soggetti passivi, bensì attivi, della propria crescita e che l’interazione genitore-bambino si sviluppa mediante l’adattamento reciproco.

La socializzazione quindi innanzitutto traccia i confini entro cui l’emotività deve essere manifestata, sulla base del grado di inibizione ritenuto socialmente accettabile. Inoltre determina una sorta di gerarchia fra le emozioni, stabilendo quali sono quelle più importanti. Infine stabilisce le norme che governano l’espressione delle emozioni. Tutto ciò fa sì che il comportamento dei bambini venga orientato nel modo ritenuto culturalmente più appropriato mediante un sistema basato su ricompense, punizioni ed esempi in cui il linguaggio riveste un ruolo cruciale.

Oltre che degli aspetti sopra citati, la socializzazione e lo sviluppo affettivo del bambino si modificano e si modellano a seconda delle interazioni che avvengono quotidianamente nell’ambito familiare. La socializzazione richiede l’intervento e la mediazione di un adulto, almeno nella fase iniziale. Pertanto, come nel caso dell’attaccamento, assume particolarmente rilevanza la situazione negativa, ossia l’incapacità del genitore di accompagnare il bambino nel contesto dell’interazione sociale, ad esempio perché affetto da un disturbo emotivo come la depressione. In questi casi il bambino presenterà delle carenze nella sua capacità di regolare le emozioni, più o meno marcate a seconda della carenza di apporto genitoriale subita.

Un altro fattore che influenza la socializzazione e quindi la capacità del bambino di controllare e modulare le emozioni è dato dalla conflittualità del nucleo familiare. Lo sviluppo emotivo risente negativamente della conflittualità, poiché in questi casi il bambino non viene indotto a controllare i propri impulsi, con conseguente aumento dell’aggressività. Ciò si verifica sia nel caso che i bambini siano spettatori della conflittualità all’interno della coppia genitoriale, sia, a maggior ragione, quando sono loro stessi vittime della violenza. Un altro dato interessante a tale proposito è che non solo che il fatto di essere spettatori di conflitti, soprattutto all’interno del nucleo familiare, mina fortemente la capacità di regolare le emozioni, ma vi è un fenomeno di sensibilizzazione, per cui aumenta nel tempo la possibilità che il bambino metta in atto comportamenti socialmente non adeguati ed inaccettabili.

E’ infine indubbio che i figli alterano gli equilibri della coppia, rendendo il rapporto più ricco, ma anche più complesso, perché essere genitori è un’esperienza molto forte dal punto di vista emotivo, che richiede una riorganizzazione della coppia, diventata una famiglia.

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