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Home --> Rubriche --> Spazio Editoriale Aperto --> Attacchi di rabbia, attacchi di panico: due facce della stessa medaglia?

di Nicola Ghezzani, argomento: Psicologia Clinica

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Da alcuni anni sia le ricerche psicologiche che le comunicazioni sui mass media segnalano l’emersione di una nuova sindrome psicopatologica: la sindrome da attacchi di rabbia. Come sindrome essa è sempre esistita, ma di nuovo, oggi, c’è la sua impressionante estensione, tale da far pensare ad una pandemia non minore di quella ansiosa rivelata anni fa come DAP (il disturbo da attacchi di panico) o di quella alimentare descritta ancor prima col termine anoressia.

Le caratteristiche salienti della sindrome da attacchi di rabbia sono almeno tre: 1) le irruzioni improvvise di rabbia, talvolta tanto imprevedibili da apparire arbitrarie, irrazionali o «folli»; quindi, 2) i comportamenti collerici asociali, tali da distruggere relazioni parentali, amicizie, amori e lasciare il soggetto solo e in preda alla disperante sensazione di essere un reietto condannato dalla propria natura all’isolamento perpetuo; talvolta, infine, 3) un rancore e un odio costanti, che avvelenano lunghissimi periodi o l’intera vita della persona che n’è affetta.

I dati statistici mostrano livelli di espansione impressionanti: l’80% degli italiani ha quotidiani impulsi rabbiosi; il 20% soffre di un rancore acuto costante. Impossibile parlare di una patologia di tale estensione, senza far riferimento alle circostanze ambientali che la determinano.

Dal punto di vista della mia disciplina, la Psicoterapia dialettica, la causa principale del disturbo è l’ipersocializzazione gerarchica, tipica del mondo occidentale, che costringe l’individuo a stressanti regimi di scambio sociale utilitario, improntati a rigidi criteri di sottomissione e regolarità o di efficienza e successo che, non gratificando l’individuo di intime soddisfazioni, lo fanno sentire vittima di uno sfruttamento sociale o di un’ingiustizia morale sottile e costante. La sensazione di sfruttamento e di ingiustizia può manifestarsi in modo precoce in seno alla famiglia, dove il giovane, sin dall’adolescenza, si scopre perseguitato da una sottile trama di prescrizioni e proscrizioni, incitamenti e ammonimenti, fatti passare per regole morali assolute, tali da provocare la sua reazione esplosiva, sovente espressa in crisi clastiche (distruttive) che prendono di mira gli oggetti di arredo dotati di valore affettivo o simbolico. Ma può manifestarsi anche in età adulta, nel contesto della vita sociale, qualora l’individuo sia irretito da relazioni ipocrite, che mentre si mostrano guidate da determinati valori, in realtà di nascosto ne mettono in gioco altri, valori che quell’individuo non solo non può fare suoi, ma di cui nemmeno può denunciare l’esistenza, pena il sentirsi giudicato un malfidato, un asociale, un traditore.

In questi casi, la funzione della rabbia è duplice, in parte positiva, in parte negativa. L’individuo rabbioso mette fra sé e gli altri un muro di negativismo, un fuoco di sbarramento tale da difendere e preservare la sua individualità psicologica, spesso sensibile e morale e perciò vulnerabile. Allo stesso tempo, però, egli mette a nudo la sua anima in rivolta, ostenta le sue piaghe, fino ad apparire insopportabile e intrattabile non solo agli altri ma anche a se stesso. Il risultato è un isolamento che, impoverendolo di scambi sociali e di verifica delle emozioni, lo rende sempre più indifeso e sempre più soggetto a rischiose regressioni caratteriali.

Dal punto di vista etico, il soggetto rabbioso è un impulsivo che rifiuta la responsabilità sulle conseguenze dei suoi atti. In questo senso egli è anche l’opposto speculare dell’ansioso e del malato di disturbo da attacchi di panico, il quale più che dagli atti, che non compie quasi mai, è angosciato dalle stesse fantasie che formula o semplicemente teme di poter immaginare nella sua intimità. Sicché, se il collerico è definibile come «irresponsabile» (nel senso che non riesce ad articolare una positiva responsabilità circa la sua collera, che potrebbe invece rivelarsi una ricca potenzialità dinamica); l’ansioso e l’affetto da panico sono definibili (senza alcun intento offensivo) come «pavidi» di fronte alla forza degli impulsi che ospitano dentro di sé e che tendono a nascondere agli altri come a se stessi.

Le due sindromi (da attacchi di rabbia e da attacchi di panico) sono talvolta l’una la faccia nascosta dell’altra. Sicché il «pavido» affetto da panico può di colpo mutarsi in un ardimentoso ma anche collerico individuo in rivolta col mondo circostante. Infatti, al momento della risoluzione delle sindromi d’ansia, si avvia spesso una fase più o meno lunga di attacchi di rabbia e di rancore. La rabbia che era incapsulata nel sintomo fobico ha ormai invaso l’io, che ne è dominato. L’ansioso, da «pavido» che era, passa per una fase di irresponsabilità, è pieno di rabbie esplosive e di rancori che egli ha ora il compito di moderare e organizzare.

Nel mio libro Uscire dal panico (editore Franco Angeli), nel quale ho modificato in profondità la teoria psicologica relativa alla genesi dell’ansia e degli attacchi di panico, spiego con chiarezza come l’ansia e il panico derivino da pensieri di ribellione, separazione e indipendenza repressi e cancellati dalla coscienza per via dei sensi di colpa e delle paure di abbandono che provocano nell’individuo. E spiego come, nella mia attività clinica, la corretta articolazione fra panico, rabbia e ricerca dell’autonomia personale produca sempre durevoli effetti di guarigione.

Spesso nella mia attività ho osservato che il soggetto ansioso che si libera della paura si rivela d’un tratto pieno di rabbia e di rancore, e nutre fantasie di riscatto e di vendetta. Talvolta – in rari casi – snobba il suo terapista e abbandona la terapia, rischiando così di firmare la sua condanna sociale. E’ preda di un «microdelirio narcisistico», nel quale afferma di avere solo crediti, non più debiti né doveri di sorta. Ebbene, se si riesce a contenere questa rabbia (con la psicoterapia e con l’esercizio di discipline etiche e filosofiche) e ad articolarla in un’azione positiva e moralmente sensata, orientandola verso l’autonomia, l’individuo diviene sempre migliore di quello che era: più coraggioso, sia nell’ascolto delle proprie emozioni che nel rapporto con gli altri.


 
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