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di Cinzia Colzi, argomento Narrativa

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“Allora che si fa, eh? C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a novellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano questi sosti…”

Chi parla è il nostro “Umile Narratore” Alex, un quindicenne inglese i cui interessi sono lo stupro, l’ultraviolenza e Beethoven, e il linguaggio, geniale creazione dell’autore , è un misto di gergo popolare londinese e di desinenze slave, che ci proietta in un mondo giovanile “cinebrivido”, fatto di ragazzi “tappati all’estremo grido della moda”, dove il nostro protagonista, insieme ai suoi “soma” Pete, Georgie, e Bamba, trascorre le notti dedicandosi all’”ultraviolenza”, a rapinare e torturare persone nelle loro case, a pestare barboni e a scatenare feroci lotte con bande rivali.

Ma ecco che una sera Alex organizza una rapina con i suoi soma nella casa di un'eccentrica collezionista d'arte: la donna si difende, e Alex, seppur involontariamente, la uccide.

Tradito dai compagni, verrà preso dalla polizia e finirà in prigione.

La reclusione non farà che peggiorarlo e lo Stato dà allora la possibilità al giovane criminale di sottoporsi ad un alternativo e sperimentale trattamento sanitario, la tecnica Ludovico, per debellare la sua malvagità: il metodo utilizzato si basa sul principio del condizionamento “pavloviano” o “rispondente”, un processo di sostituzione dello stimolo, in base al quale uno stimolo precedentemente neutro acquista la capacità di produrre la risposta che originariamente veniva provocata da un altro stimolo.

Nel caso del nostro Alex, la vista di filmati di atti di violenza veniva accompagnata dalla somministrazione di sostanze che producevano, nel nostro protagonista, nausea e senso di malessere, cosicché, dopo due settimane di terapia, la violenza, che fino a quel momento aveva per Alex un’associazione piacevole, diventa insopportabile, provocandogli un nauseabondo malessere fisico: nella sua psiche si stabilisce così un’associazione indelebile tra la violenza e l’insopportabile sofferenza fisica, che lo renderà, di lì in avanti, incapace di nuocere, anche solo per difendersi.

Tornato in libertà, nel mondo reale, verrà infatti pestato e maltrattato con la conseguenza che, per sfuggire alle terribili sensazioni provocate dalla sua stessa intenzione di difendersi, sentirà perfino il bisogno di fare qualcosa di buono per il suoi torturatori.

Anthony Burgess scrisse “Arancia meccanica” nel 1962. Il titolo originale è "Clockwork orange" (tradotto in italiano come "Un'arancia ad orologeria"), da cui venne tratto nel 1971 il film “Arancia meccanica" di Stanley Kubrick, che darà a Burgess fama mondiale.

L’immagine che evoca il titolo è quella di un meccanismo manovrato, controllato, che “scatta”, reagisce, in base agli stimoli esterni, un’immagine dell’uomo che deriva da quella particolare visione della società e del mondo nata con la prospettiva psicologica del “comportamentismo”, portata alle estreme conseguenze: il comportamento umano e animale può essere spiegato sulla base delle relazioni tra stimolo e risposta, e può essere modificato a piacimento attraverso il condizionamento.

La visione comportamentista è dunque quella dell’uomo determinato e condizionato dalle situazioni ambientali, privo di sostanziali alternative, le cui scelte, apparentemente libere, sono solo deviazioni nell’ambito di un indirizzo prefissato dalla cultura del momento.

Sono gli anni della pubblicazione in America del romanzo utopico Walden Two di Skinner, dove viene descritta una comunità retta da norme e principi scientifici e dal controllo sociale, dove, con una preordinata applicazione di stimoli e rinforzi adeguati, vengono eliminate tutte le anomalie comportamentali, fra cui quelle aggressive: fin dalla nascita i bambini sono condizionati a divenire intelligenti, socievoli e democratici, attraverso la somministrazione di rinforzi positivi.

Sono gli anni in cui si pensa concretamente a creare una società razionale, tecnocratica, dove venga realizzata la felicità, la pacifica convivenza, la sicurezza sociale, e in Inghilterra, paese di Burgess, vengono sollevate proposte, dai teorici dell’epoca, di applicare terapie di condizionamento ai giovani criminali.

Sicuramente una società di questo tipo, dove siano stati eliminati egoismi e competizioni, sarebbe un luogo ideale dove abitare: non correremmo il rischio di incontrare Alex sulla nostra strada. Ma cosa comporta tutto questo?

Il romanzo di Burgess ci pone davanti alle conseguenze più disastrose di questo tipo di società: la perdita della libertà di scelta. “Arancia meccanica- così parla Burgess in un’intervista del 1972- doveva essere una sorta di manifesto, addirittura una predica, sull'importanza di poter scegliere”.

Il problema della libertà e del suo rapporto con la legge, con la società, è ed è stato un tema di discussioni infinite tra teorici, filosofi, scrittori.

Dando vita allo Stato, gli individui rinunciano a una parte della propria libertà e al diritto di farsi giustizia da sé, affidando quest’ultimo alla maggioranza della comunità , allo Stato appunto.

Ma deve rimanere, per Burgess come per molti altri pensatori, un’area minima di libertà che neppure lo Stato può violare, un’area a cui l’uomo non può rinunciare senza modificare la sua stessa natura. Se agli individui non viene lasciato questo spazio vengono meno la spontaneità, la creatività, la libera circolazione di idee; la società viene appiattendosi, assomigliando a quell’immagine “distopica” che ci viene rappresentata così bene da “Arancia meccanica” e dalle opere di George Orwell, “1984” e “La fattoria degli animali” e da “Il nuovo mondo” di Aldous Huxley.

Inoltre questa convinzione di poter modificare e controllare il comportamento attraverso le procedure di condizionamento è mostrata nel libro come una pura illusione: Alex, infatti, non cambia la sua natura, è semplicemente condizionato: non compie il bene, non lo sceglie liberamente, egli semplicemente non provoca il male, poiché il pensiero stesso crea in lui disgusto, vomito e dolore fisico.

Nell’uomo vi è una parte irriducibile a qualsiasi condizionamento ambientale, la parte che ha a che fare con le pulsioni più spontanee e ineliminabili, e l’aggressività fa parte di queste.

“Arancia meccanica” ha la capacità sorprendente e grandiosa di farci identificare con Alex, nonostante la sua cattiveria, che ci viene mostrata in tutta la sua brutalità fin dalle prime pagine del libro: proviamo empatia e solidarietà verso questo giovane criminale, come se riconoscessimo in lui caratteristiche che ci appartengono. Kubrick definisce così il protagonista di “Arancia meccanica” : “Alex simbolizza l'uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti”.

Se Alex non fosse stato così malvagio, saremmo stati portati con facilità a schierarsi dalla sua parte. Ma Alex commette azioni brutali e terribili e, nonostante questo, Burgess riesce a trasmettere comunque al lettore la profonda ingiustizia e cattiveria di quella parte del sistema che tenta di trasformarlo in qualcosa di meno umano per renderlo buono.

Il messaggio che vuole trasmettere l’autore con la storia di Alex è questo: “Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale…La mia parabola vuole affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente, scelta come atto volontario, a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo” (Burgess, 1972).

Per Burgess è quindi preferibile un mondo di violenza, in cui individui come Alex possano scegliere di non rispettare i limiti imposti dalla società, a un mondo dove coloro che non riescono a rispettare tali limiti siano obbligati a farlo. Siamo tutti d’accordo con l’autore?

La riflessione aperta dal libro è molto attuale, se solo pensiamo come nella nostra società le paure innescate dal terrorismo, da una parte, e dall’aumentata criminalità, dall’altra, hanno creato nelle persone la convinzione di poter ottenere una maggiore sicurezza limitando le proprie libertà: si parla di intercettazioni, della possibilità di controllare le conversazioni, di videosorveglianza, di controlli minuziosi agli aeroporti, in un clima di vera e propria ossessione di controllo. Ma siamo disposti a barattare la nostra libertà in nome della sicurezza, con il rischio che l’occhio che guarda per controllare non si trasformi in un occhio che giudica e reprime ogni dissenso?

La questione è aperta, e Burgess ce lo ricorda.

Anthony Burgess
Arancia meccanica
Einaudi, 1969


 
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