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di Nicoletta Massone, fonte: La Repubblica

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La notizia
In Gran Bretagna, l’Association of Teachers and Lectures ha realizzato un allarmante studio tra 300 insegnanti di scuole superiori di tutto il paese. Dall’indagine emerge che, a motivo della turbolenza quando non dell’aggressività diretta degli alunni, i docenti non vogliono più andare a scuola. Tra essi, infatti, la ragguardevole percentuale del 72% ha dichiarato di voler addirittura abbandonare la professione e questo per motivi decisamente preoccupanti: perché non più capaci di reggere gli insulti, il venire chiusi fuori della classe, trovare le ruote dell’auto bucate, essere fatti oggetti di sputi e di lanci di uova. Mary Bonsted, segretario generale dell’Associazione che rappresenta centosessantamila docenti del regno Unito, ha girato l’emergenza al ministro dell’istruzione Ruth Kelly: «Ci vorrebbe più sostegno per gli insegnanti e più guardiani per gli studenti»

La Repubblica, 24 marzo 2005

Il commento
In Inghilterra le cose non sembrano andare molto bene in ambito scolastico. Forse pensavamo che i più grandi disagi riguardassero solo gli Stati Uniti, a causa e come conseguenza delle scelte politiche fatte circa la scuola pubblica. Istituti ormai presidiati dalle forze dell’ordine, allievi e professori che entrano in aula scortati, spazi comuni sfigurati da slogan offensivi e deturpanti. E, fuori dai cancelli, bande di ragazzini armati di coltelli e spranghe pronti, in ogni momento, all’aggressione. Chi può permetterselo, manda i suoi figli ad istituti privati, chi è privo di risorse economiche, non ha alternative rispetto a queste nuove collegi tanto simili ad istituti minorili di contenzione.

Forse non pensavamo che tutto questo riguardasse il vecchio continente, soprattutto l’Inghilterra, da sempre garantista rispetto ai servizi pubblici. Invece, purtroppo, sembra non essere così. Non solo: anche uno studio effettuato in Italia, di cui si dà resoconto nello stesso quotidiano, ha dato risultati decisamente avvicinabili a quelli inglesi. Anna Salerni, ricercatrice presso l’Università La Sapienza di Roma, ha intervistato oltre 100 docenti sul tema apparentemente desueto, ma drammaticamente attuale, della disciplina. I dati non sono stati particolarmente confortanti; è risultato che – si legge nell’articolo “al Nord, il 25% degli studenti diserta le lezioni, mentre al Sud la percentuale sale al 54%. Inoltre, l’assenza non è sanzionata ed allievi bocciati a causa delle troppe assenze sono stati riammessi in classe dal TAR; del resto […] ogni infrazione sancita non influisce sul profitto generale”.Probabilmente, però, l’immagine più aderente allo stato delle cose emerge dalla graduatoria, fatta dai docenti, in merito a ciò che più desidererebbero fosse rispettato dai loro allievi. Al primo posto viene indicato “venire in orario a scuola”, poi “svolgere i compiti, fare poche assenze, portare i libri in classe, non fumare non dire parolacce”. Solo a questo punto compare: “prestare attenzione durante le lezioni”, la caratteristica che il filosofo John Dewey definiva “l’unica attitudine che importa, il desiderio di imparare”.

Ma proprio il desiderio di apprendere sembra messo in discussione, almeno l’apprendere da figure adulte non più sentite come persone capaci di trasmettere conoscenze, bensì bersagli da disconfermare nella loro autorità e da attaccare aggressivamente.

In fondo, però, è sempre stato così, verrebbe da pensare; ogni adolescente, nella difficile ricerca della propria identità, sente di dovere distaccarsi dai modelli familiari e compie il passo a volte anche con irruenza, nel timore di non riuscire mai più a differenziarsi.

Allora, forse, in tutto questo, ad essere in una posizione abbastanza inattesa e dissonante sembrano soprattutto gli adulti che trovano difficile riconoscersi nel ruolo di chi impartisce regole e presiede ad una loro osservanza. Sappiamo come i cambiamenti culturali dell’ultimo scorcio del XX secolo abbiano portato a pensare le regole prevalentemente come impedimento alla libera espressione delle potenzialità e delle inclinazioni della persona, sorta di soffocamento e di coartazione sociale rispetto alla possibilità di uno sviluppo più pieno e più ricco.

Certamente, un’eredità culturale di questo tipo può avere importanza, ma forse è anch’essa già il risultato di quel disagio provato di fronte all’eventualità di esercitare un ruolo normativo.

Potremmo supporre, allora, che probabilmente, per noi avere regole e limiti è stato così frustrante da farci desiderare di esentare altri da tale fatica. I nostri figli, i giovani in generale, diventano quell’area che facciamo vivere come avremmo voluto, senza l’ingiuria di restrizioni sentite come inutili quando non umilianti. Umilianti perché segno dell’esistenza di qualcuno che ha potere su di noi, qualcuno che ci può determinare al di là del nostro volere.

In passato, tale potere di determinazione nasceva dalla diversità: dovevamo obbedire gli adulti perché avevano più conoscenze ed esperienze, risorse più numerose e duttili per gestire con successo difficoltà ed impegni. Noi eravamo piccoli, sprovveduti, bisognosi, in ogni momento, di supporto ed appoggio. Condizione, spesso, non molto gratificante, anche perché non sapevamo con sicurezza che saremmo davvero cresciuti ed avremmo aumentato le nostre potenzialità. Certo, i genitori ci rassicuravano continuamente: “Vedrai, un giorno diventerai grande!” Ma tutto quello che, invece, noi sapevamo ed avevamo era la quotidiana constatazione delle nostre mancanze e degli infiniti, apparentemente interminabili, fallimenti. Disperavamo di potere mai avere un futuro diverso. Senza contare, poi, che un risultato colto dopo molti anni e al prezzo di minuta fatica, finiva con il sembrarci ben poco attraente. Il nostro desiderio, allora come ora, vuole fare a meno della dedizione ed è tentato di spegnersi di fronte al primo contatto con la frustrazione. Nel nostro pensiero è tutto luminosamente presente e perfetto; non comprendiamo perché sprecare i nostri giorni sotto il peso del tempo e del dolore.

«Capirò, forse, meglio la vita dopo vent’anni di lavori forzati, logorato dal patimento, dall’idiozia, dall’impotenza, dalla vecchiaia? A che cosa mi servirà allora la vita?» dice il Raskolnikov di Delitto e Castigo.

Forse anche per questo, oggi come allora, ci può riuscire difficile accettare le differenze. Non sopportiamo nessun tipo di limite, quasi non confessiamo nemmeno a noi stessi che altri hanno competenze a noi sconosciute che pure vorremmo possedere in proprio. È una constatazione che sembra riportarci al passato e pare confermare il sospetto di un tempo: quella minorità umiliante di cui volevamo liberarci ad ogni costo, non siamo riusciti a superarla, proprio come temevamo.

Un’immagine negativa di noi stessi, fatta di incapacità e di impossibilità, torna a prendere forza e a perseguitarci. Sino al punto che proprio gli altri, ai nostri occhi, diventano i responsabili del dramma: se non ci fossero stati, se non ci avessero ricordato di essere manchevoli e inermi, avremmo potuto non conoscere questa cocente delusione.

Da tutto questo, a volte, vorremmo risparmiare i giovani e, con loro, anche noi stessi. Preferiamo pensarci amici dei nostri figli e creare un’area dove le coordinate della realtà possano essere sovvertite, dove la maturità del giudizio non è più legata al lento apprendere dall’esperienza, dove non esistono differenze e si è uguali e intercambiabili. Tutti giovani già adulti, esentati dall’onere di crescere e adulti interminabilmente giovani, con un tempo infinito a disposizione. Ai giovani, in realtà, non abbiamo niente da dire, rappresentano già perfettamente così il nostro sogno di onnipotenza.

Non solo; allora come adesso, ci può risultare non immediatamente evidente che ciò che gli altri sono è frutto autentico di una loro creativa crescita. Più frequentemente, possiamo avere l’impressione che gli altri, semplicemente, si arroghino funzioni e privilegi a nostro scapito. Non si meritano ciò che hanno, sono solo arrivati prima nella corsa all’accaparramento; molto banalmente, sono più avidi e sfrontati di noi. Ci sentiamo vittime di un’ingiustizia che chiede di venire svelata per procedere ad una più corretta distribuzione. Dobbiamo riprenderci quello che in modo fraudolento è stato sottratto alla nostra vita e alla nostra possibilità di essere felici.

La rabbia, il desiderio di rivalsa quando non di vendetta, la denigrazione degli altri, invadono e catturano il nostro pensiero.

Da questo punto di vista, i figli possono diventare il visibile vessillo della nostra ribellione. Non li desideriamo diversi, né desideriamo che smettano di scacciare il professore dalla classe. Soprattutto per noi, quel professore è il pallido, l’esausto e poco credibile rappresentante di un mondo di grandi che detengono, con il sopruso e la violenza, ogni potere e centellinano ciò che di prezioso possiedono, lasciandone andare solo poche briciole a chi, bambino, non ha niente.

Senza saperlo, dunque, possiamo far vivere ai giovani la rabbia che non ci siamo concessi e finiamo per sostenere, in loro, ogni forma di intolleranza.

Solo che, poi, tutta questa costellazione emotiva finisce con il farci sentire a disagio. Ci spaventiamo e non ci riconosciamo in quell’immagine di noi così piena di rancore, così tagliente e denigratoria nei confronti degli altri. Non riusciamo a perdonarci e nessuna espiazione ci sembra sufficiente, a volte, per cancellare l’onta di pensieri che non avrebbero dovuto essere pensati.

Il nostro universo morale si può abbattere con furia su ciò che consideriamo una pericolosa ed infamante deviazione del nostro essere. E tale intransigenza può colpire, con identica ferocia, tutti coloro in cui riconosciamo posizioni e sentimenti analoghi ai nostri. Quei giovani che, sino al momento prima erano le ammirate divinità delle nostre rivincite, di colpo diventano il segno disonorante di una insopportabile confusione etica, da estinguere con il massimo rigore.

Ma proprio questo potremmo temere: di applicare le regole in modo violento, come qualcosa che, prima di tutto, deve punire e provocare dolore, piuttosto che attivare confini e contenimento. Abbiamo paura di impartire norme come fossero condanne e che uno spietato ordine morale cali, per nostra mano, come guaina infuocata di ferro, su chiunque ci sembri “portatore di colpa”.

Del resto, ci dice lo psicoanalista Leon Grinberg, forse, questo è ciò che da sempre accade nella storia, quando gli adulti, non più in grado di gestire il senso interno di persecuzione, immaginano e costruiscono le guerre per distruggere definitivamente l’intollerabilità del male. Ma la guerra purificatrice, la guerra giusta, purtroppo, è sempre fatta combattere dai giovani, i figli della patria. I nostri figli vengono, da noi stessi, esposti alla morte, estremo olocausto sull’altare di una tragica espiazione.

Se per un momento, inconsapevolmente, possiamo sostenere l’irruenza violenta ed irridente dei giovani che attaccano e ridicolizzano i rappresentanti del potere, subito dopo possiamo, invece, scagliarci con durezza verso quegli stessi giovani, identificati con sentimenti che non possiamo riconoscere e tollerare.

Sia l’adesione inconscia quanto il timore di non saper contenere una normatività esercitata con violenza, possono condurci ad abdicare al nostro ruolo. Un ruolo che i nostri figli, in realtà, molto attendono da noi; hanno ancora bisogno di alleatati che li aiutino a gestire la rabbia e il dolore suscitati dalle mille fatiche del crescere, senza cadere nella tentazione di fuggire e distruggere una condizione che non è, come si desiderava, completamente appagante.

Il nostro abdicare si può trasformare in una terribile assenza, in un disperante rifiuto, forse nella più spietata delle vendette. Fragili giganti, finiamo per abbandonare chi ancora da noi dipende alla più completa solitudine di fronte alle esperienze più difficili che la crescita e la vita inevitabilmente comportano.


 
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