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di Stefania Magnoni, fonte: La Repubblica

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La notizia
Un mese di funerali fantasma per i dispersi delle Torri'.
''La Repubblica'' di giovedì 11 ottobre 2001

Il commento
Stretti da angosce terribili in questa crisi planetaria, tormentati dall'ansia di tutto quanto può ancora accadere, facciamo fatica sia a distogliere lo sguardo da questi avvenimenti, sia a fermarci un attimo su quanto è già accaduto, su quella realtà fatta di singole storie spezzate, di piccole quotidianità ineluttabilmente segnate dalla morte.

Ma questa notizia richiama con una certa imperiosità la nostra attenzione proprio su quell'universo sofferente e multiforme che è già stato buttato inesorabilmente dentro la Storia.

Ci sono migliaia di persone che non potranno mai più rivedere, non solo in vita, ma neanche in morte, coloro a cui erano legati da una storia comune: mariti, mogli, figli, fratelli, padri, madri, amici… Questo, ci dicono, rende la perdita ancora più ingiusta e assurda, ancora più intollerabile.

Si istituisce inaspettatamente un distinguo, non tanto all'interno del morire come evento fisico, che ovviamente è comune a tutti, quanto sui modi e sulle risultanti della morte.

Il distinguo, in realtà, riguarda i vivi e non i morti. In un tentativo di ordinare la marea di emozioni, i vivi sembrano stilare tristi graduatorie: si sentono più fortunati o più sfortunati a seconda se hanno potuto riavere "qualcosa" del proprio caro o se invece lo devono per sempre abbandonare nella grande fossa comune delle Twin Towers.

La rinuncia definitiva ai "resti" sembra essere l'inaccettabile. Ognuno cerca con i propri strumenti di affrontarla e allora avviene un fenomeno che colpisce perché si riproduce mille e mille volte: ogni nucleo familiare cerca di far riferimento a quella ritualità dell'accompagnamento del defunto verso l'ultimo viaggio, che la tradizione ci offre come momento sociale di conforto. Si celebrano innumerevoli funerali, ma questa volta la persona non c'è più neanche nel corpo: è questo nulla l'impensabile con cui confrontarsi.

Ma se confidiamo nel fatto che tentare di dare un senso, un significato emotivamente plausibile, a ciò che accade fuori e dentro di noi può renderci più tollerabile il peso dell'umana fatica, forse anche di fronte a queste esperienze, vale la pena di chiederci come mai l'impossibilità di recuperare i resti mortali di una persona a noi cara apra spazi di irrealtà e di dolore più ampi e acuti di quelli già sconfinati propri di coloro che le salme le possono piangere.

La morte, tutte le volte che la incontriamo, ci interroga sulla vita.

La morte è quella degli altri, la vita la nostra. Ma è una pura astrazione di comodo pensare alla nostra esistenza come una realtà a se stante, isolata e non intersecata da una rete fitta di altre storie: se ogni nuova intersezione è un potenziale arricchimento che ci viene offerto, una articolazione in più, ogni taglio è una perdita che ci costringe a rivedere profondamente l'intreccio.

Nei primi momenti il dolore è quasi follia: si vorrebbe cancellare l'incancellabile, chiamare chi non può più rispondere, sentire il contatto che ci è sfuggito per sempre, vedere il guizzo vitale di quegli occhi che non ci sorrideranno… E ci sentiamo in colpa per il nostro vivere, ci sembra di rubare qualcosa che è di proprietà altrui, vorremmo morire con i nostri morti.

In fondo l'amore e il dolore sono a ben guardare le esperienze che più accomunano gli uomini, e come dice Croce: "con l'esprimere il dolore nelle varie forme di celebrazione e culto dei morti, si supera lo strazio, rendendolo oggettivo. Così cercando che i morti non siano morti, cominciamo effettivamente a farli morire in noi. Né diversamente accade nell'altro modo col quale ci proponiamo di farli vivere ancora, che è continuare l'opera a cui essi lavoravano, e che è rimasta interrotta."

Una prima riflessione, nella ricerca di possibili spiegazioni del fatto, per altro comunemente condiviso, che la mancanza del corpo da piangere renda l'esperienza della perdita ancora più drammatica, risale necessariamente all'indietro, fino agli esordi della vita.

Il neonato intensamente succhia, attività primitiva e riflessa che contemporaneamente gli garantisce la vita e la conoscenza del mondo.

Quest'atto di incorporazione primigenio risulterà, così, fondante il nostro mondo emotivo; un desiderio ardente di possedere qualcosa che sta al di fuori di noi, da cui sembra dipendere la nostra vita, comparirà costantemente al nostro orizzonte e con forza connoterà, per esempio, le esperienze amorose della vita adulta.

Però, questo intenso desiderio di possedere, di incorporare in sé ogni oggetto sentito come necessario alla sopravvivenza, è direttamente legato alla paura della perdita e in una reazione umana universale possiamo cogliere questa profonda connessione: quando siamo di nuovo di fronte ad una persona (o cosa) riottenuta dopo una separazione l' azione riflessa dell'abbracciare, dell'aggrapparsi, dello stringere a noi, mostra chiaramente il nostro desiderio di incorporare quello che è stato-e perciò potrebbe essere di nuovo- perduto.

Paura e desiderio sono infatti indissolubilmente legati, appartengono alla stessa esperienza, sono due aspetti della stessa emozione. Il timore della frustrazione, della totale deprivazione dell'appagamento ci espone ad angosce di annichilimento, e nelle situazioni di lutto siamo chiamati ad evitare la perdita più irreparabile e decisiva: quella di noi stessi.

Possiamo allora ipotizzare che riabbracciare, rivedere, toccare, anche se davvero per l'ultima volta,

il corpo della persona che ci ha lasciato, un poco ci aiuti a intraprendere la dolorosa fatica della separazione.

Il rischio di non oltrepassare l'esperienza, di restare fissati e polarizzati in essa, prigionieri di immaginazioni parassitarie, rende improrogabile il lavoro del lutto, cioè quel dinamismo di affetti e di pensieri che ci permette di far spazio dentro di noi, nel nostro mondo interno, al valore di quel legame a cui abbiamo dovuto rinunciare in senso interpersonale. Solo così il distacco e la perdita possono diventare anche un'opzione per la vita.

"Coloro che conoscono i fantasmi ci dicono che anelano a essere liberati dalla loro vita di fantasmi e condotti a riposare come antenati. Come antenati continueranno a vivere nella generazione presente, mentre come fantasmi sono costretti ad ossessionarla con la loro vita di ombre".(Hans Loewald)

Ma come possiamo essere aiutati a concedere il riposo ai nostri fantasmi? Evidentemente dobbiamo essere capaci di separazione, dobbiamo poter passare da un'esperienza di dipendenza affettiva ad una di autonomia. E forse anche da questa angolatura può risultare significativa la presenza tangibile del corpo.

Se abbiamo potuto imparare a riconoscerci negli altri senza il terrore di rimanerne confusi e imprigionati, se abbiamo potuto accedere alla nostra creatività, se abbiamo potuto giocare con le idee tanto da partecipare con godimento ad una comune esperienza culturale, di tutto ciò dobbiamo riconoscenza a quelle innumerevoli, semplici esperienze di contatto, di intense sintonie emotive in cui mamma e figlio, insieme, sperimentavano giocosamente il paradosso: stiamo bene separati - è impossibile separarci. Queste esperienze di confine in cui non bisognava forzatamente sciogliere l'enigma del punto esatto dove finisce il Me e inizia il Non-Me sono state fondamentali per i nostri equilibri psichici, e allora perché non immaginare che ancora possano venirci in soccorso quando siamo chiamati ad esperienze così squassanti?

Se ancora per un poco possiamo vivere in uno spazio potenziale dove non è urgente aderire all' inesorabile Principio di Realtà, che senza pudore e reticenze ci dichiara l'irrimediabilità dell'accaduto, se possiamo concederci una gradualità che sia più rispettosa della delicatezza delle emozioni coinvolte, se possiamo vivere un'illusione di presenza senza sentirci folli, ci proteggiamo da un eccesso di realtà accecante: per un po' ancora, però, abbiamo bisogno di un corpo, di una prova tangibile che qualcosa è rimasto e che ci concede di essere "sacralizzato".

Abbiamo bisogno di tempo, non per negare, ma per elaborare, per separarci a poco a poco da qualcosa, anzi qualcuno, che ci è appartenuto, a cui siamo appartenuti profondamente. Dobbiamo poter avere il modo di riappropriarci di ciò che di nostro gli avevamo affidato.

Vi è forse ancora almeno un aspetto che possiamo prendere in considerazione: nessun vivo sa davvero qualcosa dell'esperienza della morte. La si fa una volta sola e non c'è quindi possibilità di confrontarsi.

Ognuno, per quanto ci abbia pensato, la affronta comunque impreparato.

In effetti, per sedare il timore che sia una terribile esperienza, può solo contare su un ben misero bagaglio di supposizioni costruite "spiando", addolorato e spaventato, l'ultimo attimo degli altri. Risulta così essere di conforto potersi dire: "guarda che espressione serena, sembra che dorma…". Ma con quale livello di falsificazione possiamo tentare un pensiero del genere per le vittime della ferocia e dell'insensatezza umana? E' improponibile. Allora ecco che quei corpi profanati, smembrati, mischiati al ferro e al cemento, non più riconoscibili come umani, urlano un'altra dolorosa verità: non sappiamo nulla della morte, è un segreto che i morti custodiscono, dobbiamo affrontare davvero l'ignoto. Tutto è così ancora più tragico.


 
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