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di Gisella Troglia, fonte: La Repubblica

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La notizia
Scuola, primo giorno tra le ansie da G8 e i venti di guerra. Il ritorno tra i banchi dopo l'estate più difficile. I consigli del poeta docente prof. Sanguineti: ''Cari professori, fate uscire l'angoscia dei ragazzi''. Ora la ''Diaz'' chiede silenzio, ma i suoi muri parlano ancora.
''La Repubblica'' del 18 settembre 2001

Il commento
Nell'accingermi a commentare questa settimana un fatto di cronaca, mi è sembrato da un lato impossibile non Questi, con molti altri ancora, alcuni titoli apparsi sui quotidiani di questa settimana, per raccontare e commentare che nell'arco di una decina di giorni, con date diverse per ogni realtà, ha dunque preso il via un nuovo anno scolastico.

Però, articoli e commenti non sono stati questa volta i soliti ritornelli degli altri anni, rivolti a mettere in luce novità, aspetti organizzativi, disfunzioni, risse sindacali, tutto un insieme di attese o di delusioni intrinseche al mondo scolastico stesso: i tragici avvenimenti internazionali di questa estate 2001 hanno fatto come da filtro alla lettura del rientro a scuola, dando lo spunto, particolarmente a Genova, sede del ben noto G8, per riflettere sul mondo giovanile e sull'istituzione scuola, che tanto investimento di tempo ed esperienza rappresenta per i ragazzi.

Ho avuto l'impressione che la portata e la gravità di quanto accaduto sia stata tale da costringere il mondo adulto delle istituzioni e dei mass media a pensare che, questa volta, non è possibile sorvolare, fare finta di niente, non parlare con bambini, ragazzi, giovani, di quanto è appena accaduto in Italia e negli Stati Uniti e di quanto, probabilmente, ancora deve accadere, impossibile non fare i conti con lo stupore, lo spavento, l'angoscia che senz'altro c'è e ci sarà nei loro sguardi e nelle loro domande.

Mi è sembrato cioè che, contrariamente al solito, sia emersa la necessità che nel pianeta scuola si debba dare spazio al mondo delle emozioni e dell'affettività, il ruolo della quale impregna e condiziona tutto ciò che nella scuola si compie ogni giorno, da come si insegna, si studia, si vivono le relazioni; la scuola è un grande contenitore di esperienze emotive, individuali, di gruppo, di incontro tra generazioni diverse, ma quasi mai tutte queste dinamiche, così fondamentali per permettere di studiare e di stare bene a scuola, diventano oggetto di riflessione.

Quest'autunno, invece, appare proprio impossibile, persino al Ministro della Pubblica Istruzione (La Stampa, 18 settembre 2001: "Studenti, non chiudetevi in voi, parlate in classe del terrorismo" riferisce del messaggio inviato dal Ministro via Internet a tutti gli studenti italiani) dimenticare che gli aspetti emotivi dell'individuo, fatti emergere e messi in gioco, possono dare colore e vita ad un ambiente quasi sempre vissuto in bianco nero e con noia.

Il complesso scolastico di Genova che tutti i giornali nazionali chiamano "la scuola Diaz" è formata in realtà da più edifici che ospitano una scuola materna, una elementare, una media e una superiore, perciò le immagini di aule devastate, palestra imbrattata, strade piene di poliziotti e giovani portati via sanguinanti…sono diventate la rappresentazione simbolica di altre aule, palestre, strade per bambini e ragazzi dai tre ai diciannove anni, che hanno senz'altro provato reazioni di ogni tipo, dalla curiosità alla paura, al desiderio di non sapere o invece, al contrario, di capire, pur con maturità emotiva e capacità di comprendere evidentemente diverse.

Farsi domande ed apprendere è una delle attività più naturalmente connesse all'animo umano, per uscire dalla confusione e dalla sofferenza provocate dall'impatto con la realtà esterna, dinamica che si attua fin dai primi giorni di vita dell'individuo, quando matura la capacità stessa di pensare. Questa è sempre condizionata dal contesto dell'area relazionale, cioè, per esempio, dalle sensazioni che il neonato vive rispetto all'essere accolto, contenuto, amato; da allora in poi sfera affettiva e sfera cognitiva si integrano e vanno di pari passo nello sviluppo dell'individuo.

Infatti, come R. Meltzer afferma (Meltzer - Harris Il ruolo educativo della famiglia, Centro Scientifico Editore) "…l'apprendimento comporta la partecipazione ad una esperienza emotiva tale da indurre un cambiamento nella struttura della personalità…", perciò è come se l'individuo "diventasse" qualcosa che prima non era, nel senso che imparare qualcosa colora ciò che egli è, pensa, decide, fa. Tutti noi viviamo la nostra esistenza a seconda di quanto abbiamo appreso, a partire dai riferimenti e dai valori familiari, a quelli sociali, culturali, etici, religiosi.

Ogni esperienza cognitiva è un processo che fa entrare nella mente degli elementi nuovi ai quali bisogna trovare spazio e connessioni con quanto già presente, che va rivisitato alla luce delle nuove conoscenze: in un certo senso, ci vuole del coraggio per imparare ( e probabilmente anche per insegnare, cioè per accompagnare chi affronta questo difficile percorso di continua rimessa in discussione di sé!).

Imparare vuole dire quindi anche reggere l'ansia di coesione e di continuità del proprio io di fronte alla necessità di integrare le nuove conoscenze, di effettuare una ristrutturazione mentale interna, mentre il mondo delle pulsioni, dei desideri e delle difese alimenta e condiziona questo processo, in un certo senso le rifiuta, per non fare la fatica di rimettere in discussione l'equilibrio già acquisito.

Giustamente perciò, mi sembra, il poeta Sanguineti in questo esordio di anno scolastico esorta gli insegnanti "a far sì che i ragazzi parlino" per fare uscire la loro angoscia, pongano domande, confrontino le loro opinioni con quelle degli adulti, trovino riferimenti culturali da più punti di vista, per arrivare ad una loro strada personale, se non di comprensione almeno di accettazione, visto che capire davvero è in questo caso così difficile anche per noi adulti, che dobbiamo accompagnarli in questo percorso. Importante è che l'ansia e l'angoscia non restino dentro, come ad "intasare" in un certo senso il flusso della capacità di comprendere, di accettare, di pensare.

Possiamo immaginare che alla luce di questi gravi avvenimenti mondiali, con la minaccia di atti di guerra contro un nemico che appare soprattutto come indefinito ed invisibile, la mente dei ragazzi possa essere già, in un certo senso, satura delle emozioni derivate da quelle immagini terribili, così troppo simili ad un videogioco, a tal punto che, davvero, se non si consente loro di esprimersi, di raccontarsi rispetto a quanto ascoltato e visto sulle torri di New York, o sui giorni del G8, non ci sarà modo poi di avviare un lavoro legato ai programmi scolastici, perché il divario emotivo tra le due esperienze rimarrà enorme.

Ancora di più allora stride quanto ci racconta un altro articolo: "Arrivano con tre minuti di ritardo, fuori il primo giorno" (La Repubblica 18/9/01): un preside ha scelto la "linea dura" fin dal primo giorno, chiudendo i cancelli di ingresso con la massima puntualità, stessa intransigenza su regole ed orari che comunque sembra attuata in molti altri istituti... immaginiamo quale sensazione di accoglienza, comprensione, collaborazione, possa essere stata veicolata da un cancello inesorabilmente chiuso, il primo giorno di scuola!

Nella nostra società i bambini e i ragazzi dai tre anni ai diciannove anni passano molto tempo a scuola per nove mesi l'anno, un tempo enorme, sul piano della quotidianità e dell'arco di vita, almeno della giovinezza. Eppure, si ha spesso la sensazione che sia un tempo sprecato: dal punto di vista cognitivo, perché le verifiche delle agenzie di statistica rilevano una sempre più vasta maggioranza di studenti "ignoranti", dal punto di vista relazionale perché sempre più spesso accadono nei luoghi scolastici episodi di malcostume e di violenza, infine dal punto di vista affettivo perché studenti ed operatori scolastici dichiarano malessere, frustrazione, insoddisfazione a tutti i livelli.

E i giovani aggiungono che i loro interessi stanno altrove, che le emozioni arrivano da altri stimoli, che parlano, forse, ma certamente quasi mai con insegnanti o con adulti di riferimento nella scuola, che ciò che trovano sui libri di testo e nell'esperienza scolastica è qualcosa di molto lontano e di diverso dal loro mondo e dal loro linguaggio.

Sappiamo inoltre che i giovani in età scolastica sono attraversati dall'oscillazione tra sollecitazioni estreme, dalla ricerca di risposte, valori, certezze che si pongano come assoluti, sappiamo perciò che essi tendono a semplificare e a radicalizzare i conflitti per placare l'ansia interna di dover trovare una mediazione, mentre il sapere, invece, è in se stesso, e per come viene presentato, molteplice, perciò opposto a questa tendenza alla semplificazione; appare evidente che drammatici episodi come quelli di Genova e di New York hanno bisogno di una grande pluralità di approcci culturali, per poter essere almeno inquadrati.

Allora, forse, ricominciare a studiare partendo da questi avvenimenti, può finalmente diventare un momento e un luogo per scoprire informazioni e fare riflessioni sulla storia, la politica, la filosofia, la religione, la letteratura, ma dentro un processo che possa permettere agli studenti, e ai loro insegnanti, di esprimere e di modificare lo spazio interno, le proprie convinzioni: studiare, finalmente, inteso come grande disponibilità interiore a farsi condizionare da ciò che si viene imparando con la propria curiosità intellettuale, a concedersi la possibilità di reggere e di formulare dei dubbi, sentendosi magari debole e insicuro su questo cammino, ma correndo il rischio di provare a chiedere aiuto e di farsi proteggere da chi sa, o sta scoprendo il sapere con noi. Studiare, ed insegnare, insomma, mettendosi in gioco.

Ma non è forse questa, da sempre e per sua natura, la funzione della scuola? Come mai ce ne ricordiamo solo di fronte ad avvenimenti così tragici?

Educare è compito degli adulti nei confronti delle generazioni che seguono, ma, come dice l'etimologia stessa, educare significa anche aiutare a far emergere gli aspetti e le attitudini interiori, piuttosto che introdurre modi, spiegazioni e poi, a scuola, nozioni. Per questo fin dall'infanzia il bambino va educato all'affettività, cioè alla scoperta e all'uso del suo mondo emotivo, dei suoi bisogni, desideri, rabbie, affetti: consentendogli di farne esperienza all'inizio, poi, via via, di esprimere tutte le emozioni, in una relazione di accoglienza, di tolleranza, di ascolto.

Sempre secondo R. Meltzer, nel suo processo di sviluppo l'individuo incontra diverse modalità di apprendimento, alcune vicine alle tendenze più primitive del funzionamento della mente, in un certo senso più "facili" perché non la costringono a soffrire per esercitare la capacità di pensare; per es., la tendenza ad imitare l'altro, per invidia verso le sue doti, badando ai ruoli sociali o ai comportamenti, ma non alle capacità per esercitarli, oppure l'adesione meccanica alle modalità richieste da chi insegna, che inducono alla sottomissione e quindi sono foriere di ribellione.

Solo con un cammino difficile e doloroso, che implica la continua messa in discussione di sé, si arriva ad avvicinarsi agli avvenimenti, agli argomenti, ad osservare la realtà tutta, in modo da attivare la propria capacità di pensare e produrre quindi idee, pensieri, atti creativi, in grado di trasformarci o di cambiare la realtà.

Sembra che, purtroppo, solo questi avvenimenti di portata mondiale, così sconvolgenti da scuotere le coscienze, abbiano costretto il mondo degli adulti a riflettere su come la scuola, troppo spesso, funzioni su quelle tendenze meno avanzate della mente umana, quelle che non producono pensiero, ma che mantengono la scuola ingabbiata nei programmi, nei ritmi di apprendimento, verso obiettivi spesso formali o di superficie. Davvero oggi, al contrario, appare inderogabile sforzarsi tutti, individui ed istituzioni, di esercitare la nostra possibilità di pensare.


 
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