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di Carlo Bertoncini, argomento: Filosofia

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Il tema del “dualismo” accompagna fin dai primordi la storia dell’uomo; con un po’ d’immaginazione si potrebbe concepire la nascita del duale nel momento in cui un individuo possa essersi pensato e definito: “Io”; considerandosi come unità autonoma separata dalla realtà circostante. Con la nascita della coscienza, il pensiero si fa strada cercando un ordine logico, razionale, tendente a dare forma; in quel preciso istante s’instaura la differenza che consente all’Io di costruire significati e orientarsi nel mondo: per cui questo è questo e non altro. La coscienza umana dunque, si sviluppa attraverso l’atto della ragione, in altre parole quando si decide che una cosa non è il suo contrario (principio di non-contraddizione). Da questo momento il cammino dell’uomo resta in bilico, sospeso al filo sottilissimo che l’Io narra di sé, più o meno consapevole del limite che esso genera; e, di là da quel limite, il conflitto violento in cui la ragione si emancipa dalla follia.

Non si può fare a meno di notare come oggi, l’uomo “moderno”, tanto fiero del proprio ordine razionale si ritrovi ad abbracciare solo la logica della non-contraddizione illudendosi che essa sarà la chiave della modernità umana, del benessere e della tecnicizzazione. Siamo così presi dall’“esterno” da dimenticare spesso che esiste anche un “interno”, matrice di ogni esperienza, il cui peso finisce talvolta col rovesciare i piatti della bilancia.

Così – ci dice Galimberti – “il dubbio, che generandosi spezza l’unità originaria non interrogata, nasce dal doppio di ogni realtà, dalla scoperta dell’ambivalenza. Questa scoperta, come origine del dubbio e dell’interrogazione, segna la nascita della coscienza, il suo dibattersi tra l’uno e l’altro” (1987, p.53). Grave errore è il fraintendimento; poiché “non è la coscienza che ha dubbi, ma è il dubbio, come scoperta del duplice aspetto del reale, che dischiude la coscienza” (Ibid.).

Allora il dubbio ci rende insicuri, confusi, ma al tempo stesso, – come mezzo che permette il ritorno all’interrogativo - dovrebbe renderci (un po’) più consapevoli della nostra alterità, senza l’inutile presunzione di voler aderire a tutti i costi a quel pensiero positivo che dona l’illusione di appartenere a qualcosa di conosciuto, e dunque meno spaventoso.

La gnosi moderna, - da intendersi come conoscenza che rappresenti una modificazione della condizione umana - nonostante dir si voglia, non si è emancipata dal dualismo. Il rovesciamento di valore cui abbiamo accennato, infatti, mentre trasferisce sulla materia gli attributi di trascendenza, perfezione, bontà che l’antica gnosi attribuiva allo spirito, proietta simmetricamente sullo spirito i fantasmi negativi che l’antica gnosi proiettava sulla materia (vedi la condanna marxista della religione in quanto “oppio dei popoli”, o il fastidio con cui il riduzionismo scientifico reagisce alle chiacchiere sull’anima, liquidando le manifestazioni dello psichismo umano come epifenomeni). Dell’eredità dualista della gnosi, insomma, non sembra facile sbarazzarsi, al punto che dietro ogni ideologia “monista” (il fatto che si invochi l’unità dalla parte dello spirito oppure da quella della materia non cambia le cose), è lecito dubitare il tentativo di esorcizzare il dilemma, facendone sprofondare nell’ombra uno dei termini.

Lo scopo di questo lavoro di tesi, risiede nel considerare in modo analogico le dinamiche della struttura psichica dell’uomo, mettendo in relazione le intuizioni degli antichi iniziati – dediti alla conoscenza della natura umana e del rapporto con l’universo – con la psicologia dinamica, in particolar modo, quella junghiana.

In psicologia analitica il dualismo è inteso essenzialmente come il prodotto provvisorio della tendenza psichica a creare la molteplicità dall’unità. A questa tendenza si opporrebbe di volta in volta la tendenza complementare che consiste nel ripristinare l’unità. Dunque tra la prima e la seconda, ossia tra la tendenza alla scomposizione o scissione e la tendenza alla composizione o integrazione (unificazione) si ritiene che esista un dualismo non assoluto ma relativo.

Pertanto il concetto di dualismo viene criticato e indirettamente trasformato nella nozione di un rapporto di reciproca inclusione e di mutuo rinvio tra due elementi relativamente distinti. Di conseguenza, il concetto di coscienza come tendenza psichica alla distinzione degli opposti è correlato al concetto di inconscio come tendenza psichica all’UNIFICAZIONE.

La psiche viene dunque concepita come un sistema che tende ad autoregolarsi, alla ricerca dell’armonia tra coscienza e inconscio; secondo Jung la mancanza di parallelismo fra le due istanze - quanto a contenuto e a tendenza -, poggia sul fatto che “l’inconscio si comporta con la coscienza in maniera compensatrice o complementare”. Attraverso il concetto di “funzione simbolica”, Jung cerca di descrivere la vita della psiche, che sembra svolgersi e svilupparsi attraverso un inesauribile gioco di polarità contrastanti, che si riuniscono tensionalmente, dando vita ad una dinamica di movimenti che scompongono e ricompongono il reale e le sue rappresentazioni.

In ogni fenomeno sono presenti rapporti bidimensionali e dinamici, ad ogni qualità corrisponde un’intensità apparente, esterna ed un’intensità nascosta, interna che ne è l’inverso. Tra interno e esterno funziona un rapporto d’inversione d’intensità, un rivolgimento che fa della qualità apparente l’ombra della qualità nascosta.

Ho scelto il termine “enantiodromia” (enantìos-dromos/corsa nell’opposto) come filo conduttore di questo lavoro; nella filosofia di Eraclito si indicava con ciò il gioco degli opposti nel loro divenire, poiché ciò che appare contrario è unito nell’armonia nascosta dell’interiorità. Tale termine permette a Jung di indicare il manifestarsi (in successione temporale) del principio opposto inconscio, là dove la direttiva unilaterale domina la vita cosciente. Jung sostiene che a livello psicologico l’unione degli opposti non si può realizzare solo per mezzo dell’Io cosciente, un Io razionale che separa e divide; e neppure unicamente per mezzo dell’inconscio, in grado di unire; tale realizzazione necessita di un terzo elemento: la “funzione trascendente”. Si comprende come, il messaggio che lo psicologo svizzero lascia fra le righe della sua psicologia analitica, sia quello di diffidare costantemente dell’unilateralità operativa delle funzioni psicologiche della mente, sia sul piano individuale sia su quello collettivo. Con l’uso dell’intelletto, l’uomo si è illuso di poter dominare la Natura credendo di soddisfare tutti i suoi bisogni: materiali ed emotivi. In realtà, lo sviluppo unilaterale del pensiero razionale e l’eccessiva tecnicizzazione, hanno portato ad abusare delle risorse naturali e hanno generato profonde insicurezze emotive.

Ma la problematica delle opposizioni ci ricorda molto da vicino il pensiero degli antichi iniziati, in cui la contemplazione dei contrari e lo stato unitario di trascendenza, erano due degli obbiettivi e degli effetti principali della riflessione meditativa.

La concezione eraclitea dell’unità degli opposti, dell’armonia nascosta, del perpetuo mutare delle cose è sorprendentemente analoga al pensiero taoista, a quello delle Upanisad indiane e dell’alchimia; queste correnti, a carattere mistico-iniziatico, che affondano le loro radici nella filosofia Ermetica, mirano al superamento della realtà duale del mondo fenomenico concependo il carattere complementare degli opposti, là dove l’io non è più linea di divisione, ma punto di passaggio e di comunicazione.

Riconoscendo che gli opposti sono concetti astratti e intellettuali, queste dottrine - attraverso l’uso del paradosso – trascendono la realtà della logica, unendo ciò che la ragione divide.

Così, la concezione alchimistica della natura, come uno stato di separazione e opposizione degli elementi e delle loro qualità, e la pratica dell’Opus come tentativo di ottenere la loro coagulazione, al fine di giungere alla creazione del Lapis philosophorum, preziosa quanto misteriosa condizione di equilibrio dei contrari, costituirono per Jung una delle prove centrali di un profondo parallelismo d’ispirazione tra terapia analitica e alchimia.

L’alchimista comincia trattare la materia come nei misteri antichi era trattata la divinità. Il dramma mistico del dio, che determinava nell’uomo l’immortalità attraverso l’esperienza della morte e della resurrezione iniziatiche, viene proiettato sulla materia: le sostanze minerali “muoiono e rinascono” ad un altro modo di essere, vengono in altre parole “trasmutate”.

Per compiere l’Opera si deve trasformare la materia prima, che appare all’adepto sconosciuta; nel fare ciò, il procedimento esteriore – si tratti di un operazione tecnica o di un atto religioso – diviene l’espressione simbolica di un atto psichico interiore, quindi in virtù della proiezione si stabilisce un’identità inconscia fra la psiche dell’alchimista e la sostanza arcana, cioè lo spirito racchiuso nella materia.

Così le nozze chimiche, “supremo atto d’unificazione che completa l’Opus”, sono raffigurate nell’alchimia dalla peggiore trasgressione della legge; ossia l’incesto. Nella scelta di un simile simbolo dell’unione degli opposti gli alchimisti hanno risposto a un essenziale archetipo dell’inconscio collettivo che vuol esprimere la più violenta attrazione delle parti ma al tempo stesso, anche la potente resistenza che le tiene separate, archetipo la cui attività è storicamente provata dalla ierogamia degli dèi e dalle prerogative mistiche regali. All’interno di questa nebulosa concezione, Jung concepisce per analogia, il tentativo della psiche di riunire in sé i contrari. L’unione di coscienza e inconscio, rappresentata nel matrimonio sacro, determina la fusione degli elementi e la loro ricomposizione in un nuovo assetto della personalità, che ben si presta ad essere rappresentato nella figura androginica del Re-bis, il quale non è altro che l’espressione antropomorfa della Pietra filosofale.

E’ proprio nel mistero della congiunzione alchemica che Jung riconosce il convergere delle forze contraddittorie che costituiscono la psiche e quel processo istintivo che definisce “individuazione”, processo che tende a riequilibrare le tensioni endopsichiche correggendo il naturale disordine delle forze in gioco nell’uomo, fisiche e spirituali.

Il processo d’Individuazione che si osserva proiettato nel simbolismo si apre al problema della relazione tra “parte” e “tutto”, e fondamentalmente tratta parte e tutto come stessero in un rapporto di mutua inclusione e di reciproco rinvio: la “differenziazione rinvia all’integrazione e viceversa, e ciò perché due cose possono differire tra loro nella misura in cui è possibile che esse stesse facciano riferimento a una terza, che trascendendole, contemporaneamente le accomuna e le integra.

Nell’antichità, si esprimeva questa dinamica attraverso il concetto di “Unità del Tutto”, che postula la fondamentale unità dell’individuo con il cosmo e l’origine comune di tutti i corpi. Si riconosce l’individualità delle cose, ma al tempo stesso si è consapevoli che tutte le differenze e tutti i contrasti sono relativi all’interno di un’unità che tutto comprende, ovvero quel luogo d’incontro in cui le antinomie non sono altro, che i due poli della stessa e unica realtà.

Si è rappresentato questo paradossale stato di cose, con l'immagine del “serpente divora la propria coda”. L'Ouroboros, antico simbolo egizio, contiene in sé ogni paradosso; genera e concepisce, divora e partorisce, é attivo e passivo, il suo processo circolare rimanda all’immortalità, al suo continuo autorinnovamento; un simbolo eloquente dell’assimilazione e integrazione dell’opposto.

A livello individuale, questo simbolo rappresenta la tendenza a raggiungere l’unità del sé diviso, un’immagine perfetta della totalità unitaria della psiche, la quale implica che l’essere umano sia una personalità completa. Si comprende allora come, attraverso il mito di un dio androgino, gli antichi proponevano la metafora esoterica del bisogno psicologico di ricostituire l’unità della personalità divisa e di raggiungere un armonica e dialettica integrazione dei lati maschile e femminile della nostra mente.

L’alchimia concepisce quest’integrazione nell’immagine del RE-BIS (la cosa duplice), il quale corrisponde all’Adam qadmon del sistema cabalistico, all’Anthropos degli gnostici o all’Homo maior dei tempi mitici. L’androgino, è un allegoria della personalità totale, rappresenta il Sé integrato ed è quindi un’immagine perfetta della totalità unitaria della psiche.

La scoperta della natura fondamentalmente androgina della nostra psiche, implicando che una cosa può essere se stessa e il suo contrario al tempo stesso, porta a capire che i termini di una polarità possono essere fra loro in un rapporto complementare invece che antagonistico.

Il recupero dell’equilibrio acquisito, comporta l’accettazione della duplicità, non solo come l’inevitabile forma in cui l’esperienza ci si presenta, ma anche come condizione perché questa acquisti significato. Il cosiddetto processo d’individuazione consiste essenzialmente in un percorso, che, partendo dalla critica delle false sicurezze dell’Io, perviene alla possibilità di una creativa collaborazione di coscio e inconscio passando attraverso l’accettazione del conflitto, cioè della tensione tra gli opposti.

L’esperienza dei contrari, non ha nulla a che fare con un comprendere intellettuale, sia da un punto di vista teorico che pratico la polarità è inerente a tutto ciò che vive.

Contro questa forza vi è la fragile unità dell’Io, raggiunta a poco a poco nel corso di millenni grazie all’aiuto di innumerevoli misure protettive.

Un principio alchemico, che si ritrova nel Taoismo, afferma che solo una visione limitata ci porta a vedere le cose come opposte, in una visione superiore gli opposti possono coesistere perché sono complementari. Se possono coesistere gli elementi, a maggior ragione possono coesistere uomini e donne, classi e popoli, ideologie e propositi… Jung credeva in questo, la coesistenza degli opposti è una delle mete del cammino, sia nella psiche, che nella visione spirituale, che nella palingenesi sociale.

La coscienza discrimina, divide, crea categorie, e così facendo assegna dei valori; ma la luce di cui essa si fa portatrice illumina soltanto un’area delimitata generando da se stessa il proprio limite: l’efficienza dell’Io, la sua direzionalità, è minata dal rischio dell’unilateralizzazione. Rischio che porta più facilmente a negare la scissione e il conseguente squilibrio piuttosto che ammettere la mancanza di un’incomprensibile alterità, generando così ciò che Jung amava definire un “monoteismo della coscienza, un’ossessione della coscienza unita ad una fanatica negazione dell’esistenza di sistemi parziali autonomi ” (1971, p. 55). Allora l’ipertrofia razionalistica sembra essere una stretta conseguenza dell’accentuato individualismo che ci caratterizza.

“D’ogni verità – scrive Hesse – anche il contrario è vero! In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto dimidiato, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità” (1950).

La realtà si basa su processi complementari, nessuno dei due opposti è superiore all’altro, nessuno dei due può fare a meno dell’altro, così come nel simbolismo della Grande Arte il re è in relazione con la sua regina e il sole con la sua luna. S’influenzano a vicenda come i due piatti di una bilancia.

Se l’essere umano desidera trovare l’armonia – sia essa intesa in ogni sua possibile accezione – dovrà necessariamente avvicinarsi alla sua “anima”, attraversando ciò che di più oscuro esiste al suo interno, e che la psicologia chiama appunto Ombra, per giungere a quella congiunzione di opposti o complexio oppositorum che tutte le tradizioni mitico-religiose identificano con la presenza del divino.

Un’unità dove bene e male, luce e tenebra non sono separabili tra loro secondo la visione della ragione comune che divide e collega.

Senza la perfetta integrazione di bene e male, luce e tenebra, in se stesso e nel mondo, l’uomo non è in grado di conoscere né se stesso né il mondo e non può avere esperienza della totalità (completezza). Può solo fruire di una visione limitata: quella che gli viene fornita da dogmi, ideologie, preconcetti culturali, assiomi dello spirito o della ragione.

Allora forse, per avvicinarsi alla verità, dobbiamo comprendere la complementarietà e relatività degli opposti, in base ai quali giudichiamo il mondo. Le nostre categorie sono dualistiche come la realtà fenomenica, e questo perché la stessa polarità della psiche, determina la relatività delle sue affermazioni.

La creazione dell’equilibrio, comporta l’accettazione della duplicità, non solo come l’inevitabile forma in cui l’esperienza ci si presenta, ma anche come condizione perché questa acquisti significato. Il cosiddetto processo d’individuazione consiste essenzialmente in un percorso, che, partendo dalla critica delle false sicurezze dell’Io, perviene alla possibilità di una creativa collaborazione di coscio e inconscio passando attraverso l’accettazione del conflitto, cioè della tensione tra gli opposti.

Così il confronto tra coscienza e inconscio porta a una specie di dissoluzione della personalità cosciente; il soggetto ritirando le sue proiezioni prende dolorosamente atto dei profondi limiti della personalità, perde l’identificazione con le sue dominanti stabili dando però avvio a una trasformazione e alla sua ricomposizione in una totalità più vasta.

La relazione fra l’Io e l’Inconscio rappresenta fin dall’antichità, la via maestra per correggere la rigidità unilaterale della coscienza e per raggiungere la consapevolezza, integrando quegli aspetti della personalità fino ad allora rimasti inconsci.

Da qui, si giunge a quella concezione della guarigione psichica, come sintesi delle funzioni originariamente in contrasto fra loro, e quindi come graduale processo di armonizzazione, dove, nel modificarsi di coscienza e inconscio si consegue una metamorfosi della personalità, un mutamento di atteggiamento nei confronti della vita.

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