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di Martina Baratti, argomento: Psicologia Generale

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Da sempre la memoria è stata oggetto di studio sia da parte di ricercatori scientifici che da parte di filosofi. Molti di loro sono stati irresistibilmente attratti dall’idea che la memoria renda in qualche modo possibile l’unitaretà dell’esistenza umana, dell’Io e del Mondo. Ad esempio, Platone affermò che “conoscere è ricordare”, poiché secondo lui, e secondo molti altri dopo di lui, la catena della memoria è la trama che consente l’identità e l’unità. Non ci sarebbe identità se la memoria non costruisse una sfera di appartenenza per cui vengono riconosciuti come “propri” azioni, vissuti, pensieri e sentimenti.

Galimberti sostiene che distruggere la memoria equivale a distruggere la base della propria identità e continuità nel tempo, e che se una intera generazione si proponesse di eliminare la propria memoria si ritroverebbe in un vuoto storico, che è un vuoto assoluto. Ma sappiamo bene che esistono molte patologie che affettano pesantemente la memoria di che ne soffre, e possiamo soltanto intuire il dramma interiore di chi non ricordi il proprio passato, ed il conseguente vuoto che questa lacuna lascia in queste persone.

Intanto per cominciare, è bene specificare che la memoria non è comunque mai, per nessuno, una passiva e perfetta riattivazione del passato attraverso il ricordo; è piuttosto un’attività di ricostruzione, modificazione e selezione di informazioni che nel passato abbiamo percepito attraverso i nostri sensi. Liberiamoci dunque dell’illusione che chi non soffre di una particolare patologia possa godere di una memoria “perfetta” e di ricordarsi gli eventi nel tempo così come si sono effettivamente verificati.

Ma parlare di memoria in maniera così “generale” risulta un po’ riduttivo al giorno d’oggi, poiché i numerosissimi studi che sono stati condotti su di essa e sulle patologie che la coinvolgono dimostrano che non esiste una memoria unica, ma piuttosto un insieme di funzioni tra loro collegate che assolvono a tanti e diversi compiti che uniti insieme danno la complessa struttura della memoria.

Proprio lo studio di pazienti affetti da patologie che danneggiano questa funzione ha permesso di capire le tante divisioni che la costituiscono, e anche di comprendere che, nella maggior parte dei casi, ad ogni singola funzione fa riferimento una struttura cerebrale precisa, anche se gli studi in questo campo sono tutt’altro che conclusi ed ogni volta gli studiosi scoprono qualcosa di nuovo.

E’ così che oggi non si può più parlare neanche di “amnesia” in generale, ma accanto a questa troviamo quasi sempre un aggettivo che la qualifichi, e quindi l’amnesia può essere anterograda o retrograda e la memoria dei pazienti che soffrono di tali amnesie possono comunque mostrare parti intatte come per esempio spesso accade con la memoria a breve termine e con la memoria implicita, ovvero con quella memoria caratterizzata dal fatto che il ricordo non deve essere richiamato in maniera consapevole dal soggetto, ma la sua esistenza è dimostrata dall’evidenza che alcuni tipi di esperienze vissute possono dar luogo ad una variazione comportamentale pur non richiedendo un accesso cosciente all’esperienza. Non esiste cioè un richiamo dell’informazione esplicito in questo caso.

Sotto il nome di memoria implicita (o non dichiarativa) vengono a sua volta classificati molti sottotipi di memoria, che comprendono la memoria procedurale, il condizionamento, l’apprendimento associativo semplice ed il priming, che può essere definito come l’identificazione facilitata degli oggetti tramite piccoli indizi in conseguenza di una precedente specifica esposizione a quegli oggetti.

Una tipica prova di priming è mostrare una lista di parole ad un soggetto chiedendogli di identificare quelle che contengono una particolare lettera. Successivamente viene fornita al soggetto una seconda lista che contiene solo la radice di alcune parole che il soggetto stesso è chiamato a completare il più rapidamente possibile. La metà delle radici presenti nella seconda lista è l’inizio delle parole a cui il soggetto è stato precedentemente esposto, mentre l’altra metà corrisponde a parole nuove. In questo esperimento il soggetto produrrà parole più rapidamente per radici precedentemente studiate. Il soggetto dunque, apprende in maniera del tutto incidentale degli item, e questo materiale trattenuto in memoria influenza il compito successivo. La facilitazione del compito successivo è la misura indiretta della presenza della traccia mnestica di un elemento appreso in maniera non consapevole.

Pazienti che soffrono di demenza di Alzheimer e di sindrome di Korsakoff, due patologie che per eccellenza mostrano come sintomatologia l’amnesia sia di tipo anterogrado che retrogrado, mostrano invece capacità di memoria implicita intatte o quasi. Questo perché le strutture cerebrali che la memoria implicita sfrutta, evidentemente non vengono colpite in questi pazienti. Ma possiamo aggiungere un’ulteriore precisazione, poiché all’interno della stessa memoria implicita, alcune funzioni vengono preservate, mentre altre vengono colpite, in base al tipo di elaborazione richiesta dallo stimolo per essere mantenuto in memoria; così, ad esempio sia nella sindrome di Korsakoff che in quella di Alzheimer, gli stimoli che necessitano un elaborazione di tipo semantico sono più colpiti, rispetto a quelli che hanno bisogno di un’elaborazione di tipo puramente percettivo.

I correlati neuroanatomici della memoria sono i lobi temporali mediali, con strutture come l’ippocampo, l’amigdala e il circuito di Papez, e i lobi frontali.

Prendendo quindi in considerazione i pazienti con sindrome di Korsakoff e con demenza di Alzheimer, è necessario precisare che le capacità di memoria non subiscono danni omogenei alle facoltà di riattivare i ricordi, poiché le lesioni che queste malattie causano al cervello hanno una precisa localizzazione e vanno a colpire funzioni altrettanto specifiche. Naturalmente, tanto più saranno estese le lesioni, tanto più sarà grave l’entità del danno che i pazienti riportano.

I pazienti affetti da sindrome di Korsakoff riportano una estensiva perdita della memoria retrograda, associata ad un grave disorientamento nel tempo, e a deficit nei test di organizzazione spaziale e visuo-percettiva.

Frequentemente accade che ci siano dei fraintendimenti riguardo alla natura del disturbo di memoria che colpisce questi pazienti. Infatti la maggior parte delle persone pensa che questi pazienti soffrano di un disturbo della memoria a breve termine, che invece sembra rimanere relativamente preservata, nel senso che i pazienti sono quasi sempre in grado di richiamare informazioni a distanza di pochi secondi dalla loro presentazione, ma come vedremo in seguito, solo in determinate condizioni. E’ invece gravemente deficitario l’apprendimento di informazioni per lunghi periodi di tempo.

E’ quindi la memoria a lungo termine anterograda ad essere colpita (sia per stimoli verbali che non verbali), e questo si traduce in un’incapacità per i pazienti ad apprendere nuove informazioni, che siano questi nomi, volti o fatti, e mantenerli per lunghi periodi di tempo.

Infatti i gravi danni a questo sistema impediscono che l’informazione che raggiunge il paziente venga correttamente immagazzinata e quindi diventa poi impossibile un successivo recupero, rendendo così il paziente incapace di gestire un apprendimento duraturo nel tempo (Cabanyes J., 2004).

La conseguenza psicopatologica di questo disturbo della memoria è una notevole riduzione del periodo del vissuto del paziente che, visto dall’esterno, dà l’impressione che il fluire del suo tempo si sia arrestato a diversi anni addietro, senza aver potuto sperimentare da allora, nessun avvenimento nuovo e nessun cambiamento. Questi pazienti sono capaci di ripetere correttamente le nuove informazioni che vengono loro somministrate, tuttavia le perdono non appena trascorre un breve periodo di tempo. Ciò dimostra che essi non hanno alterazioni a livello di coscienza e che sono capaci di prestare sufficiente attenzione agli stimoli. Anche la memoria procedurale sembra rimanere intatta.

Pertanto, i problemi di memoria che questi soggetti presentano, sono primari, e non la conseguenza di una interferenza con l’attività mnestica, come accade nel caso in cui il problema di memorizzazione sia dovuto a deficit di attenzione. Nel corso degli anni sono stati effettuati diversi studi per testare le capacità mnemoniche dei pazienti affetti da sindrome di Korsakoff, e c’è un generale accordo sul fatto che questi pazienti ottengano prestazioni molto deficitarie ai compiti di memoria episodica e nelle prove di riconoscimento, pur mantenendo una abilità di codifica del materiale relativamente intatta, e capacità percettive intatte.

Tuttavia, in realtà è stato molto dibattuto anche il tema della memoria a breve termine, poiché, nonostante la maggior parte degli studi non abbia riscontrato alterazioni in questo campo, quando si utilizzano compiti di memoria a breve termine con interferenze o distrattori, si ottengono prestazioni significativamente inferiori rispetto ai soggetti di controllo, e anche rispetto a pazienti amnesici ma senza sindrome di Korsakoff.

E’ inoltre frequente anche un deficit di memoria retrograda con caratteristica perdita del ricordo che spesso si estende a diverse decadi precedenti l’insorgere del disturbo. In questo caso è colpita sia l’informazione autobiografica che quella per eventi pubblici (Cabanyes J., 2004).

Il ricordo è più povero per eventi prossimi all’insorgenza dell’amnesia, mentre è meno compromesso per quelli del passato remoto. L’amnesia della sindrome di Korsakoff risente quindi di quel fenomeno che è chiamato ‘gradiente temporale’, che vede i ricordi recenti più colpiti rispetto a quelli più antichi, questo, secondo alcuni autori a causa del fatto che le memorie più antiche acquisiscono uno stato più “semantico” rispetto alle informazioni recenti, fortemente contestualizzate e quindi appartenenti ai processi correlati alla memoria episodica.

I deficit di memoria sono evidenti anche in un disorientamento sia spaziale che temporale. I deficit nel contesto spaziale sono un’importante caratteristica di questa sindrome, e il ricordo della localizzazione di oggetti target, negli studi con pazienti amnesici, si dimostra insufficiente, e questo sembra essere dovuto al danneggiamento della corteccia parietale.

Per quanto riguarda il contesto temporale invece, i pazienti fanno confusione sulle corrette sequenze temporali dei loro ricordi residui. Inoltre gli autori hanno osservato la loro confusione riguardo alla frequenza degli eventi con la loro collocazione temporale. Ciò significa che questi pazienti interpretano “più frequente” come “più recente” e, d’altra parte giudicano gli eventi più recenti come se fossero più frequenti. Questo significa che mostrano alterazioni nel processamento della temporalità, che causa difficoltà nella discriminazione tra il numero e il momento.

Le alterazioni della sequenza temporale si attribuiscono ad una compromissione delle strutture frontali, il che suggerisce che le strutture diencefaliche non sono le uniche colpite in questa sindrome, sebbene la sindrome di Korsakoff venga definita come l’amnesia di origine diencefalica per eccellenza.

I problemi nella sequenza temporale degli eventi si riflettono nello sviluppo di una tendenza alla confabulazione. Quando si pongono delle domande ai pazienti alle quali, a causa del deficit di memoria, non sono in grado di rispondere, essi si inventano letteralmente la risposta, con il risultato di fornire spesso informazioni false e anche palesemente contraddittorie le une con le altre.

A causa di questa sostituzione dei vuoti di memoria con un ricco florilegio di invenzioni in contrasto le une con le altre, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un paziente psicotico. A prima vista queste confabulazioni sono effettivamente una psicosi. Per questo motivo la sindrome è stata ribattezzata in passato anche come “Psicosi di Korsakoff”.

Una caratteristica molto tipica dei pazienti con sindrome di Korsakoff è l’assenza di una vera comprensione del loro problema. Infatti non conoscono le cause, le conseguenze e le caratteristiche del disturbo mnesico dal quale sono affetti. La maggior parte di essi non ha consapevolezza del proprio deficit di memoria e arriva a negare il problema anche davanti all’evidenza dei fatti.

C’è un importante studio sui deficit di memoria temporale che riguarda i pazienti affetti da sindrome di Korsakoff. Questo studio si proponeva di studiare originariamente i deficit di valutazione cognitiva in pazienti con sindrome di Korsakoff e pazienti con demenza di Alzheimer. Nello studio della valutazione cognitiva però, gli autori si trovarono a dover fare i conti con gli importanti problemi di memoria che tali gruppi di pazienti presentano. Venivano messe a confronto le performance dei gruppi di pazienti riguardo a diverse dimensioni di valutazione, come ad esempio la ‘grandezza’, il ‘peso’, la ‘quantità’ e il ‘tempo’, e in seguito venivano analizzati i diversi errori commessi.

Messi a confronto con il gruppo di controllo entrambi i gruppi di pazienti erano fortemente deficitarii in tutte le dimensioni valutative esaminate, con una performance generalmente peggiore dei pazienti Alzheimer rispetto a quelli Korsakoff, eccetto che per la dimensione ‘tempo’. I pazienti con demenza di Alzheimer, così come quelli con sindrome di Korsakoff, producevano i cosiddetti errori bizzarri, ed errori nella scelta della giusta unità di misura, errori che sembravano essere correlati con lo stato delle conoscenze generali dei soggetti. Vengono definiti errori bizzarri quegli errori che si distanziano di almeno due deviazioni standard rispetto alla media delle rispose normali. Le disfunzioni esecutive sembrano giocare un ruolo importante nella produzione di questi errori.

In realtà, in entrambi i gruppi, la valutazione cognitiva mostrava una forte relazione con lo stato delle conoscenze immagazzinate in memoria. Sia nei pazienti Alzheimer che nei Korsakoff le prestazioni non erano influenzate solo dallo stato delle conoscenze generali, ma anche dalla memoria di lavoro e dalle funzioni esecutive. Dai risultati di questo studio si evince che specifiche parti del sistema di memoria semantica e altre funzioni cognitive, sono coinvolte nei processi di valutazione cognitiva.

Nei pazienti Alzheimer, le dimensioni di ‘grandezza’ e ‘peso’ erano più deficitarie rispetto alle altre, mentre i pazienti Korsakoff, come abbiamo detto, mostravano maggiori deficit nella dimensione ‘tempo’. In un precedente studio era già stato ipotizzato che l’orologio interno dei pazienti con sindrome di Korsakoff potesse essere inattivo, o, più probabilmente, che la memoria episodica di questi pazienti causasse i disturbi nella valutazione temporale, specificatamente quando gli intervalli di durata erano più lunghi di 60 secondi.

Per analizzare le capacità di valutazione cognitiva in questo esperimento fu utilizzato un nuovo strumento: il ‘Test zum kognitiven Schätzen’ (TKS), consistente in 16 quesiti, 4 item per ogni dimensione, che richiedono esclusivamente risposte numeriche. In questo test venivano presentate delle fotografie di differenti oggetti per testare le dimensioni di ‘taglia’, ‘peso’ e ‘quantità’, mentre per la dimensione ‘tempo’ veniva chiesto ai partecipanti di stimare la durata di un evento specifico.

A differenza dei precedenti studi, nei quali i pazienti con sindrome di Korsakoff venivano sottoposti a test che utilizzavano un giudizio temporale soggettivo (ad esempio giudicare intervalli di 10, 20, 30 e 60 secondi) nel quale ai soggetti non veniva richiesto di stimare la durata di un evento specifico, in questo nuovo TKS i soggetti non facevano esperienza diretta dell’intervallo di tempo nella situazione di test.

In tal modo, si richiedeva ai pazienti il richiamo di informazioni dal sistema di memoria semantica e/o da quello di memoria episodica, come ad esempio, la durata di un volo da Parigi a New York, o di una doccia la mattina; conoscenze nominative riguardanti la durata degli eventi temporali richiesti o da comparare, sui numeri e le unità di misura o specifici episodi correlati agli item del TKS.

L’alto grado di correlazione tra le performance al TKS e le conoscenze generali in memoria condusse gli autori verso l’ipotesi che gli item sulla dimensione temporale del TKS sono presumibilmente più strettamente correlati con la memoria semantica rispetto ai compiti di giudizio soggettivo. Perciò, i deficit nei pazienti Korsakoff nella stima degli intervalli temporali, potrebbero dipendere dai deficit di memoria semantica (ma anche di quella episodica).

Le ridotte performance dei pazienti Alzheimer furono spiegate con le stesse argomentazioni, poiché anch’essi mostravano grossi deficit nella memoria semantica e nelle funzioni esecutive.

Nei risultati dell’esperimento gli errori erano più frequenti nel gruppo dei pazienti Alzheimer rispetto ai Korsakoff nei compiti che richiedevano capacità di memoria visuo-spaziale che era stata testata con il test dei cubi di Corsi.

I risultati per questi pazienti erano più scarsi anche nella velocità di processamento dell’informazione, sia di tipo verbale che non-verbale, e al test di interferenza del colore di parole.

L’analisi degli errori sull’unità di misura da utilizzare supportano il ruolo integrale della memoria semantica nei compiti di valutazione cognitiva.

A seguito di questo studio, il disturbo nel richiamo delle informazioni dalla memoria semantica è stato integrato come importante componente nel deficit nei compiti di valutazione cognitiva.

Una particolare attenzione deve essere dedicata alla memoria implicita in questi pazienti, data la peculiarità e la complessità di questo tipo di memoria, e la quantità di studi diversi che sono stati portati a termine su di essa. Come abbiamo visto, nell’amnesia organica della sindrome di Korsakoff, la performance a compiti di memoria esplicita, come il richiamo libero di informazioni, è gravemente deficitaria; ma quando i compiti sono di memoria implicita la situazione cambia notevolmente.

Uno studio classico esaminò i modelli di priming in soggetti normali di controllo e nel paziente H.M. che soffriva di una grave forma di amnesia dovuta alla asportazione del lobo temporale mediale bilaterale. Nonostante il paziente H.M. fosse gravemente deficitario ai compiti di riconoscimento esplicito, dimostrò un effetto priming del tutto equivalente in grandezza a quello dei soggetti di controllo. Questo risultato dimostrava che l’effetto priming (in questo caso il materiale utilizzato era non-verbale) può rimanere intatto nonostante la presenza di una amnesia molto grave.

Anche i pazienti con sindrome di Korsakoff ottengono generalmente risultati entro la norma in compiti che richiedono l’utilizzo della memoria implicita, contrariamente a quanto accade per i compiti di memoria esplicita. Mentre alcune volte questa diversità nei risultati è stata spiegata facendo riferimento a diversi sistemi di memoria che sottendono i compiti di richiamo esplicito o implicito, è necessario sottolineare che anche le differenti funzioni dei processi percettivi e concettuali/semantici hanno un ruolo in questi compiti: solitamente, infatti, i compiti di memoria esplicita richiedono principalmente un processamento concettuale/semantico e i compiti di memoria implicita sono basati per la maggior parte su di un processamento percettivo.

Questo però non significa che il processamento concettuale/semantico non sia in assoluto mai coinvolto nei compiti di memoria implicita. Al contrario è stato mostrato che anch’esso è coinvolto in tali compiti (per esempio di libera associazione). In uno studio di Brunfaut e Gèry d’Ydewalle (1996) furono analizzati pazienti con sindrome di Korsakoff e soggetti alcolizzati in tre compiti di memoria implicita (Stem Completion, Identificazione di parole e Associazione libera) e uno di memoria implicita (di richiamo) permettendo di chiarire questo argomento: la natura del compito (implicita o esplicita) o i processi che sottostanno ad essa (percettivo o concettuale/semantico).

I risultati mostrarono un effetto di priming semantico solo nella libera associazione e nel compito di richiamo dei soggetti alcolizzati, suggerendo che i pazienti con sindrome di Korsakoff hanno problemi particolarmente con il processo guidato concettualmente. La natura implicita o esplicita del compito di memoria non è critica.

Le funzioni risparmiate e quelle deficitarie, sono state collegate a diversi sistemi di memoria sottostante, con basi anatomiche presumibilmente differenti.

Alla base di questa teoria c’era l’idea che il danno al cervello dei pazienti amnesici colpisca selettivamente i sistemi di memoria per il richiamo esplicito, e che lasci intatto il sistema responsabile di altre forme di memoria. Ma ricerche più recenti mettono addirittura in discussione la dicotomia tra misure di memoria implicita ed esplicita.

Alcuni ricercatori riportarono dissociazioni che non rispettano i confini tra i compiti di memoria impliciti ed espliciti.

Alla luce di questi dati, sembra che i soggetti utilizzino processi diversi nei compiti di memoria implicita o di priming, e che sia coinvolta sia l’analisi percettiva che concettualmente guidata.

Le caratteristiche base del priming percettivo sono due: 1) quella di essere dipendente dalle modalità di presentazione dello stimolo e 2) l’insensibilità al livello dell’elaborazione semantica. Le caratteristiche del priming concettuale/semantico sono invece: 1) la mancanza di una modalità effettiva e 2) un effetto del livello di processamento. L’ultima affermazione sta a significare che gli stimoli processati semanticamente mostrano un effetto priming maggiore di quelli processati solo percettivamente in un compito di priming concettuale.

E’ ormai quasi universalmente riconosciuto che i pazienti amnesici ottengano prestazioni di livello normale in compiti di memoria implicita che si affidano ad un processo di priming puramente percettivo, contrariamente ai compiti che utilizzano il priming concettuale.

Per questa ragione si è ipotizzato che la dissociazione critica nei pazienti amnesici probabilmente non va ricercata tra memoria esplicita ed implicita ma piuttosto tra compiti che utilizzano un processamento concettuale e quelli che utilizzano uno percettivo.

Esistono comunque anche risultati che contrastano con questa ipotesi, ma le conclusioni dello studio di Brunfaut e Gèry d’Ydewalle che analizzarono otto pazienti con sindrome di Korsakoff e otto pazienti alcolisti, confermarono comunque che i compiti di priming possono essere dissociati sulla base della loro sensibilità al livello di processamento dell’informazione.

Nel compito di Stem Completion non fu riscontrata una significativa differenza tra i livelli di priming in condizioni semantiche e percettive.

Anche il livello dell’effetto priming nel compito di identificazione di parole non era influenzato significativamente dal tipo di codifica dell’informazione (solamente la differenza tra parole processate percettivamente e parole non studiate era significativo).

E infine, l’ampiezza dell’effetto priming nel compito di Associazione libera era aumentata dall’elaborazione semantica dello stimolo. Infatti un priming significativo era osservato solamente per coppie di parole che erano state precedentemente processate a livello semantico, ma soprattutto solo nei pazienti alcolisti e non in quelli Korsakoff.

Al contrario, i risultati riportarono che i soggetti con sindrome di Korsakoff non sembravano beneficiare dell’effetto favorevole dell’elaborazione semantica degli stimoli di cui godevano i pazienti alcolisti seppur in minima parte in alcuni casi. Questo ci porta a concludere che i pazienti Korsakoff siano particolarmente deficitari nel processamento concettuale/semantico.

Riassumendo, i risultati suggerirono agli autori che la distinzione tra memoria implicita ed esplicita non è fondamentale nella spiegazione dei deficit mnesici nei pazienti con sindrome di Korsakoff. Risulta più importante, in effetti, il sottostante processamento concettuale/semantico che è richiesto nei test di richiamo esplicito e in alcuni test di memoria implicita.

Questo risultato non è ovviamente generalizzabile ad ogni forma di amnesia.

Gli autori ipotizzarono che la generale atrofia corticale dei pazienti con sindrome di Korsakoff potrebbe essere responsabile di alcune di queste differenze con gli altri pazienti amnesici.

Bibliografia:

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