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La terapia della gestalt, a cura di Riccardo Zerbetto

1. Il modello di uomo.
La Terapia della Gestalt, che inizialmente era stato chiamata della Concentrazione o Esistenziale, utilizza un termine tedesco che significa struttura-forma e che tradizionalmente si riferisce al concetto insiemistico della omonima psicologia della percezione che mette in evidenzia la attitudine dello psichismo a cogliere quell’insieme che dà senso e quindi supera la semplice sommatoria degli elementi costitutivi. Mentre l’attenzione degli psicologi della Forma si era rivolta alle caratteristiche delle funzioni percettive, fu merito di Friederick Salomon Perls innestare questi contributi sul terreno della teoria e della pratica psicoanalitica e di un’impostazione fenomenologico-esistenziale. Dalla confluenza di queste grandi direttrici di fondo, unitamente ad altri contributi terorici, come la Teoria del Campo di K. Lewin, l’Autoregolazine Organismica di K. Goldstein e la Semantica Generale di A. Korzybski e metodologici, come lo Psicodramma, la Sensory Awareness e lo zen, scaturì un orientamento teorico-applicativo nel campo della psicologia e delle scienze umane di assolutà originalità e che, parafrasando le parole di Perls “La Gestalt è qualcosa di immanente alla natura” (Perls, 1969, p. 68) non comporta nessun elemento di novità, se non il fatto di aver collegato in una sintesi nuova importanti contributi precedentemente acquisiti e soprattutto di averne tratto uno stile di lavoro coerente e di ampio respiro nella applicazione al lavoro psicoterapico. Per introdurre gli elementi che compongono la costruzione teorica della Tdg preferisco far preceder alcune note sulla vita di Perls stesso che, nell’evoluzione umana ed intellettuale della sua persona, integrò tali elementi costitutivi in una esistenza vissuta con intensità e coerenza agli stessi principi ispiratori.

2. Sviluppi storici ed orientamenti principali all’interno del modello psicoterapeutico
Fritz Perls nasce a Berlino nel luglio 1893 da una famiglia ebrea. La madre, che muorirà con una delle sorelle in un campo di concentramento nazista è una donna religiosa, della piccola borghesia, che trasmetterà al figlio l’amore per il teatro e l’opera. Il padre, commerciante di vini e massone militante, è un uomo impulsivo, che avrà con il figlio una relazione fortemente conflittuale. Fritz, bambino inizialmente saggio ed ubbidiente, diventa un ragazzo ribelle tanto da essere espulso dalla scuola. Pur coltivando una forte passione per il teatro, che lo accompagnerà per tutta la vita, si iscrive a medicina. Nel 1926 inizia una analisi personale con Karen Horney e decide che la psicoanalisi è il suo futuro. Diventa assistente di Kurt Goldstein che, a partire dagli studi sulla Psicologia della Gestalt, lavora sui disturbi della percezione in traumatizzati cranici. Nello stesso ambiente conosce Laura Polsner, che più tardi sarà sua moglie e prima collaboratrice nello sviluppare il nuovo orientamento nella psicoterapia. Si avvale di un periodo di supervisione con Helen Deutch a Vienna e riprende l’analisi con Eugene Harnick, un ungherese appassionato dall’idea della neutralità del terapeuta al punto di evitare di stringere la mano ai clienti. Un’esperienza che inciderà sulla elaborazione degli elementi di divergenza nei confronti della pratica psicoanalitica tradizionale. Si rivolge successivamente a W. Reich che, in quel periodo, sta lavorando alla Analisi di carattere. L’incontro con questa figura di analista attivo, aperto a problematiche politiche, che non esita a mettere le mani sui suoi pazienti per favorirne la presa di contatto con i blocchi della corazza muscolare, rappresenterà un fattore di fondamentale importanza nella successiva evoluzione della formazione di Perls. Il sopravvento del nazismo lo costringe a fuggire in Sud Africa dove, nel 1934, fonda l’Istituto Sudafricano di Psicoanalisi. Elabora nel frattempo alcuni contributi originali sul tema delle resistenze orali che si aspetta vengano accolte positivamente al Congresso Internazionale di Psicoanalisi che si va preparando a Praga nel 1936. La comunicazione di Perls, che successivamente verrà ampliata e pubblicata col titolo L’Ego, la fame e l’aggressività, (1947) cui anche Laura da un contributo rilevante, rappresenta «il passo dalla psicoanalisi ortodossa alla visione gestaltica». Terminata la guerra, si trasferirsi a New York. Tra i primi collaboratori troviamo Isadore Fromm, Paul Weisz (che inizierà Perls allo Zen), Elliot Shapiro, Sylvester Eastman che, con Paul Goodmann, Ralf Hefferline e Laura formano il cosiddetto gruppo dei sette. Nel 1951 viene pubblicato La terapia della Gestalt: eccitamento e accrescimento nella personalità umana a firma di Perls, Hefferline e Goodman, testo base di riferimento sia a livello teorico (vi compare un capitolo sulla “teoria del sé”) che metodologico. Tra il ‘52 e il ‘54 fonda i primi Istituti di Gestalt di che lascia tuttavia a Laura e a Goodmann mentre si dà a continui viaggi per presentare il nuovo metodo di lavoro. Il suo spirito libertario lo porta tuttavia lontano dagli ambienti professionali ai quali preferisce il contatto con pittori, musicisti e gente di teatro. Si espone inoltre a sempre nuovi stimoli frequentando i corsi regolari di Sensory Awareness con Charlotte Selver, di Psicodramma secondo la scuola di Moreno sviluppando in particolare la tecnica del monodramma. Questa inesausta tensione ad integrare elementi teorici ed applicativi di diversa estrazione sarà all’origine di una crescente divaricazione tra Perls (e la scuola che successivamente verrà denominata come californiana o della West Coast) e gli Istituti della East Coast dove a Laura Perls e a Paul Goodmann si sono affiancati nel frattempo Joseph Zinker, Erving e Miriam Polster ed Isadore Fromm che si attengono ad una metodologia di lavoro più ancorata agli schemi classici della interazione verbale e dove, a partire dal 1966, vengono avviati i primi programmi di formazione strutturati. Agli inizi degli anni‘60 si reca più volte in California su invito di Van Dusen, un fenomenologo esistenziale interessato in particolare allo studio degli stati di coscienza non abituali e accetta infine l’invito a stabilirsi ad Esalen, un centro di crescita sulla costa californiana, che sta trasformandosi in un autorevole fucina di sperimentazione e di propulsione culturale attraverso il contributo di personaggi di rilievo quali Aldous Huxley, Alan Watts, Abraham Maslow, Bill Shulz, Ivan Tillich etc. Alla presenza ormai di centinaia di partecipanti, Perls invita chi vuole ad accomodarsi sulla sedia che scotta per dar luogo alle sue dimostrazioni cui sono ormai attirati professionisti di fama per cogliere i segreti di un’arte consumata e sempre inventiva nel cogliere l’elemento evolutivo inceppato di un’esistenza interrotta nel suo libero fluire, nella sua crescita. Non si tratta ovviamente di percorsi psicoterapici, ma di tocchi magistrali che danno tuttavia il senso del potenziale raggiunto da quest’uomo a compimento della sua opera di sintesi e di inesausta ricerca. Le sessioni di Perls vengono registrate, filmate ed in parte raccolte in un volume che uscirà con il titolo Gestalt verbatim (1968). Precedentemente si era dedicato alla raccolta di dati ed esperienze personali con un taglio autobiografico cui aveva dato il titolo inconsueto di In and out the Garbage Pail (Dentro e fuori dal secchio della spazzatura) (1969). Una nuova generazione di più stretti collaboratori, tra cui Claudio Naranjo, Bob Hall, Jack Dawning e Isha Blumberg, raccoglievano l’eredità della più compiuta espresione della sintesi di Perls mentre, con il contributo di Jim Simkin, venivano organizzati programmi di formazione secondo l’impostazione della scuola californiana. Nel giugno del 1969, al massimo del suo successo, Perls decide di trasferirsi con una trentina di collaboratori sulle rive del lago Cowichan in Canada per dare vita ad una esprienza communitaria ispirata dai principi della Gestalt nonchè dalle esperinze dei kibbutz che in quegli anni esercitano una forte impatto sulla cultura alternativa. Muore il 14 marzo dell’anno successivo prima di svolgere un periodo di insegnamento presso l’università di stato della Georgia dove si propone di “mostrare cosa può essere uno psichiatra ed un uomo”. Questo era infatti il suo vero progetto: essere un uomo capace di una varietà estrema di reazioni e di emozioni, un «perfetto animale» ... nel senso nobile del termine, si affretta a specificare Martin Shepard che nel libro Intimità con Fritz Perls (1975) ha scritto la biografia del “Padre della Gestalt”. Il nuovo approccio, dopo anni di lenta incubazione, si diffonde con forza inaspettata tanto da far registrare la nascita di ben 37 istituti tra il 72 e il 76. Nel 1982 il Gestalt Directory annovera più di 60 istitutidi formazione. Anche in Europa la TdG inizia a diffondersi grazie ad iniziative di sensibilizzazione di terapeuti statunitensi e all’avvio di iniziative da parte di colleghi europei che si sono formati negli USA. Nel ‘72 Hilarion Petzoldt fonda il Fritz Perls Institute a Dusseldorf mentre Serge Ginger fonda la Scuola Parigina di Gestalt. Nel nostro Paese, dove è stato introdotto originariamente da Natascia Mann e Barrie Simmons, si sono progressivamente sviluppate iniziative di applicazione clinica e di attività formativa. Allo stato attuale esistono in Italia una decina di istituti di formazione la cui maggioranza si riconosce nella Federazione Italiana delle Scuole ed Istituti di Gestalt-FISIG che si è costituita nel 1991 con l’intento di garantire standards didattici adeguati e nel rispetto dei parametri indicati dalla Associazione Europea di Gestalt Terapia-EAGT. Allo stato attuale la TgG, oltre a far registrare la propria presenza in tutti i continenti attraverso ben consolidate iniziative di formazione, viene abitualmente contemplata tra gli indirizzi maggiormente censiti nelle pubblicazioni sinottiche sui diversi orientamenti nella psicoterapia (Corsini 1973, Norcross 1981, Kriz 1985, Ferrucci 1985, Gurman e Messer 1990, Pierson 1991, etc.) ed ha ricevuto il riconoscimento, attraverso 5 scuole di formazione, da parte della Commissione Ministeriale istituita presso il MURST ai sensi della legge sulla psicoterapia.
3. Il modello teorico di riferimento

La Psicoanalisi

La Gestalt è figlia della psicoanalisi anche se, forse proprio per questa discendenza in linea diretta attraverso un personaggio così ribelle e alieno da ogni forma di appartenenza esclusiva, le distanze dalla ideologia-madre appaiono talvolta ostentatamente sottolineate. (Appelbaum, 1976, 1982, Delacroix, 1982, Ginger, 1987,Wheeler 1991). In un estremo tentativo di sintesi possiamo richiamare in sintesi i seguenti elementi di differenziazione: - disconoscimento della libido come entità pulsionale primaria a favore di una molteplicità di bisogni che emergono con intensità diversa in funzione del livello di crescita dell’individuo e delle situazioni ambientali attivatrici o inibitorie; - privilegio della dimensione del presente rispetto al passato nell’indagine clinica e nel lavoro terapico; - superamento della dicotomia Es/Super-Io in vista di una concezione non strutturalmente contrappositiva tra domande dell’individuo e risorse potenziali dell’ambiente; - privilegio per il graduale sviluppo della consapevolezza come premessa alla capacità di autoregolazione dell’organismo in cui emozione-immagine-cognizione e vissuto corporeo sono olisticamente cointeressati rispetto al concetto psicoanalitico di insight inteso come evento chiarificatore tra contenuti inconsci e sfera cosciente inerente primariamente la sfera cognitiva; - sottovalutazione dell’inconscio come realtà psichica a sé stante dotata di leggi e modalità organizzative che la differenziano strutturalmente da altri stati di coscienza e soprattutto come alibi evitativo per una più consapevole assunzione della “abilità a rispondere” dei propri vissuti e comportamenti; - valorizzazione della relazione intersoggettiva, tra paziente e analista, e non solo in chiave transferale. Le divergenze della Gestalt da alcuni principi della Psicoanalisi freudiana vanno tuttavia integrati, seppure con un veloce riferimento, con alcuni importanti sviluppi che dal ceppo originario della Psicoanalisi sono derivati. Utilizzando una sintesi operata da Serge Ginger (S e A. Ginger 1987) tali accostamenti possono ravvisarsi con: - C. G. Jung per quanto concerne il significato più ampio attribuito al concetto di libido, il discorso sulle polarità, il lavoro sulla immaginazione attiva, il confronto faccia a faccia, il significato evolutivo attribuito al sintomo, il valore del linguaggio simbolico non limitato alla storia personale dell’individuo; - A. Adler per l’accostamento del processo terapeutico a quello educativo inteso come stimolo alla ricerca di strumenti di autosostegno, di responsabilizzazione e di affermazione personale; - S. Ferenczi per il tentativo di superare un interazione vincolata unicamente alla comunicazione verbale attraverso l’introduzione di esercizi sul radicamento (grounding) e di contatto con il paziente sotto forma di esperienze riparatrici; - O. Rank per l’enfasi sulla scarica emozionale evocata dall’emergenza di vissuti infantili precoci; - K. Horney per l’importanza riconosciuta alle interazioni con l’ambiente, ai benefici secondari che il comportamento nevrotico consente nel presente di ottenere al di là delle cause passate che lo hanno innescato; - W. Reich per l’attenzione ai fenomeni di collettivizzazione delle strutture nevrotiche, alla formazione della corazza caratteriale esprimentesi sotto forma di contratture muscolari croniche, come difesa delle emozioni, come blocco di un più naturale fluire di energie. Di qui la valorizzazione per il corpo, per il suo linguaggio come occasione di accesso alle esigenze primarie dell’essere umano spesso incongruente con il linguaggio verbale, espressione di rappresentazioni autoimposte, di modelli relazionali adottati in modo stereotipo ed inautentico. I riferimenti potrebbero estendersi ad altre correnti di pensiero, come quello della Psicologia Umanistica (in particolare R. May e A. Maslow per quanto riguarda la gerarchia dei bisogni e lo sviluppo del potenziale umano, C. Rogers per quanto ricorda la focalizzazione sul cliente e l’attitudine non invasiva del lavoro terapeutico), della scuola culturalista (E. Fromm per l’analisi delle società capitaliste, H. S. Sullivan per i contributi sulla dimensione intersoggettiva della relazione terapeutica) del personalismo e dei contributi di M. Buber sulla intrinseca realtà dia-logica dell’esistenza umana, e quindi anche del modello di intervento terapeutico, solo per menzionare i più evidenti.

La Psicologia della Forma

Perls viene in contatto con la Psicologia della Gestalt nel ‘26 allorchè lavora come assistente di Kurt Goldstein. Capo scuola è Wertheimer che, a partire dal 1912, si oppone, attraverso ricerche sulla organizzazione dei dati sensoriali in insiemi significativi, alle precedenti scuole dell’elementarismo, del sensazionismo e dell’associazionismo. Pur non avendo elaborato una disanima sistematica dei molti principi approfonditi da questa corrente investigativa, Perls aderisce intimamente a detta concezione precisando come l’aspetto che l’aveva colpito di più era stata «l’idea della situazione inconclusa, la gestalt incompiuta» (da Gimeno e Rosal, 1983, Henle, 1978, Smith, 1976). Perls si riferiva ad alcuni interessanti esperimenti comprovanti come figure mancanti di tratti di delimitazione tendessero ad essere completate dall’atto percettivo che si configurava pertanto come una funzione non unicamente passiva ed elementare quanto una funzione capace di organizzare attivamente i dati sensoriali in funzione di una capacità intrinseca e non necessariamente derivata dall’esperienza. L’elemento innovativo introdotto da Perls fu quello di estrapolare questo principio applicandolo ad una dimensione esistenziale ed evolutiva dell’individuo. «La qualità più importante e interessante di una gestalt è la sua dinamica, la necessità imperiosa che una gestalt possiede che la porta a chiudersi e a completarsi» (Perls, 1951, 78). Una situazione inconclusa polarizza quindi una carica di energia destinata appunto a completarla rendendo la stessa energia indisponibile per altri tipi di esperienza. Il mancato completamento della situazione precedente comporta un ripresentarsi ripetitivo della situazione stessa anche in luoghi e tempi successivi interferendo quindi con la possibilità dell’individuo di entrare efficacemente in contatto con i contesti in cui di volta in volta viene a trovarsi. L’individuo nevrotico evidenzierebbe, ad una osservazione accorta dei suoi gesti e modalità di interazione, un frequente ripresentarsi di situazioni di blocco e di auto-interferenza. Anzichè andare a riesumare i resti mal rintracciabili di un più o meno remoto passato, sarà sufficiente analizzare la struttura interna del modo attuale di relazionarsi all’ambiente (e a sé stesso) per far emergere i meccanismi di autolimitazione e le fantasie che a livello più o meno consapevole li sostengono. Tale concetto rimanda ad un altro aspetto fondamentale della Psicologia della Gestalt, quello di figura/sfondo. Alcuni giochi che fanno leva sulle dinamiche percettive relative a queste due realtà dinamicamente interconnesse sono a tutti noti. L’organizzazione del campo percettivo in figura e sfondo venne introdotta da Edgar Rubin che mise in risalto come la figura suole essere contraddistinta da contorni definiti, rappresenta il focus dell’attenzione ed è caricata di una maggiore energia di relazione con l’oggetto. Lo sfondo, al contrario, rappresenta il resto del campo visivo ed è caratterizzato da attributi inversi a quelli menzionati per la figura emergente. L’attitudine di cogliere la realtà emergente, l’elemento che è più carico di significato e di energia in un preciso momento, consente all’individuo sano di concentrare sullo stesso le sue facoltà di attenzione, di mobilizzare le strategie utili a realizzare con lo stesso elemento uno scambio vantaggioso di dare-avere ed in definitiva di assorbire gli elementi di cui abbisogna per poi muoversi verso altre realtà che successivamente si saranno caricate del flusso energetico in continuo movimento. L’elemento che differenzia ancora una volta l’individuo sano dal nevrotico sarà, sotto questa angolatura, l’elemento di mobilità o, al contrario, di rigidità con cui questo inevitabile mutamento si svolgerà. Di qui l’importanza di quella attitudine cui Perls dà il nome di continuum della consapevolezza intesa come requisito per essere in contatto con ciò che, nella dimensione di una continua mutevolezza, acquista valore.

La Teoria del Campo

Il tema dell’interazione tra individuo e ambiente costituisce un altro dei fondamenti della Psicologia della Gestalt, in particolare per come andò sviluppandosi attraverso il lavoro di K. Lewin. Quest’ultimo, utilizzando le ricerche che sul versante della fisica delle forze elettromagnetiche andavano sviluppando Faraday, Hertz, Einstein e Maxwell, sviluppò quel modello interpretativo delle relazioni individuo/ambiente noto come Teoria del Campo (Lewin, tr. it. 1961). Secondo questa impostazione ogni oggetto non può intendersi che in relazione al contesto totale nel quale è incluso. La traslazione operata da Lewin dal campo delle forze fisiche di attrazione-repulsione ai comportamenti venne da Perls ripresa ed utilizzata come concetto-guida per indirizzare l’intervento terapeutico. L’individuo infatti, nell’espressione della sua esistenza concreta, non fa che muoversi all’interno di un campo di forze originate da interazioni di attrazione o repulsione in rapporto ad una serie innumerevole di elementi esterni come pure di mediazione risultanti dagli equilibri di forza tra elementi costitutivi del suo stesso mondo interiore (intrinsecamente collegato a sua volta alle realtà e/o alle rappresentazioni del mondo esterno). L’imprescindibile necessità di accostarsi all’uomo, ai suoi vissuti ed ai suoi comportamenti senza perdere di vista la dimensione sistemica, il campo delle forze all’interno del quale lo stesso si muove, rappresenta uno degli elementi che spinsero Perls a prendere le distanze dall’impostazione psicoanalitica tradizionale che poneva tutta la propria attenzione sugli avvenimenti interni dell’analizzato senza prendere in considerazione le interazioni in concreto con l’ambiente. Tale impostazione, quella cioè di lavorare direttamente sui sistemi allargati, famiglia e rete sociale, verrà come è noto sviluppata dai terapeuti relazionali coerentemente ai postulati della Teoria generale dei sistemi e della comunicazione, ma trova nel lavoro nei gruppi, con le coppie e le famiglie, come infine nel lavoro di drammatizzazione tra parti interagenti del sé dell’individuo (secondo la tecnica del monodramma ampiamente utilizzato in Gestalt) una chiara espressione di come intendere un lavoro su di una figura emergente che non può comunque mai prescindere dalle realtà contestuali (di sfondo) di appartenenza.

L’autoregolazione organismica

La tendenza fondamentale dei viventi alla crescita trova un antecedente nella funzione della autoregolazione organismica introdotta da Kurt Goldstein (Goldstein, 1939). Tale concetto implica una continua negoziazione tra individuo e ambiente tendente alla attualizzazione delle risorse potenziali ed al raggiungimento di una situazione di equilibrio energetico. "L'organismo sano raccoglie tutte le proprie potenzialità per la gratificazione dei bisogni in primo piano. Immediatamente, appena un compito è terminato, recede sullo sfondo e permette a quello che nel frattempo è diventato il più importante di venire in primo piano. Questo è il principio dell'autoregolazione organismica". (Perls, 48, p. 45) . Perls, commentando la nota espressione di Gertrude Stein «una rosa è una rosa, è una rosa» casserisce come «ogni individuo, ogni pianta, ogni animale, ha solo una meta implicita, un ruolo obiettivo innato: attualizzarsi per quello che è!» (F. Perls. 1968, p. 23). In una visione olistica di interazione tra i diversi livelli di complessità tra loro circolarmente interagenti Perls introduce il concetto di naturalità biologica intendendo con questo termine non solo gli accadimenti della sfera organica, bensì i diversi livelli di complessificazione che, in una dimensione comunque di sostanziale omogeneità ed isomorfismo, ne derivano "Se 1e attività psichiche e fisiche sono dello stesso ordine, possiamo osservare entrambe come manifestazione dello stesso fenomeno: l'essere dell'uomo". (Perls; 1973, p. 85). Più che una teoria generale sulla natura dell’uomo Perls ci dà semmai degli strumenti che un’esperienza ormai consolidata hanno dimostrato essere utili in questa ricerca ed in particolare il nucleo centrale che innumerevoli esercizi, invenzioni e tecniche unisce: l’esercizio della consapevolezza di ciò che sentiamo, siamo, vogliamo o non vogliamo scambiare con l’ambiente in cui ci muoviamo. La vita stessa di Perls, più ancora delle tesi da lui propugnate, è forse l’esempio più significativo di come la follia, l’angoscia, la passione, la fantasia ed anche il fallimento, una volta vissuti fino in fondo e non mistificati, possano in qualche modo tradursi in consapevolezza, cruda valutazione della realtà e quindi, grazie ad una spinta evolutiva di cui potenzialmente ogni essere dispone, tradursi in un incontro col mondo e con sé stessi che non esclude la gioia, la creatività, l’esperienza del vivere.

Esistenzialismo e Fenomenologia

Per citare Walter Kempler «La Terapia del Gestalt, anche se formalmente si presenta come un tipo specifico di psicoterapia, si fonda in realtà su principi che possiamo considerare come una solida forma di vita. In altre parole è innanzitutto una filosofia, uno stile di vita» (Kempler, 1973, P. 271). Una sintetica espressione di Perls sulle concezioni filosofiche può riassumersi nella sua opinione secondo cui esistono fondamentalmente tre tipi di filosofie: la prima è lo aboutism o il parlare “attorno” alle cose, senza mai giungere ad affrontarle direttamente; la seconda è il shouldism, o il “doverismo” che traduce il tutto in termini di ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare; la terza è l’esistenzialismo ovvero un’attitudine a non perdersi in concetti astratti accettati a priori per accettare il rischio di una esperienza personale e consapevole. Al proposito Perls afferma ancora che “La Terapia della Gestalt è, attualmente, una delle tre terapie esistenziali di cui sono a conoscenza la Logoterapia di V. Frankl, la Daseinanalyse di L. Binswanger e la Terapia della Gestalt”. (F. Perls. 1966, p. 56). Superando una concezione di intrinseca conflittualità propria dell’esistenza umana ineluttabilmente al bivio tra la accettazione estrema della morte e del nulla (Sartre o Heidegger) o il trascendimento dell’esistenza naturale stessa (Kierkegaard, Marcel) Perls si dimostra incline per una terza via che, con Van Dusen, si muove nella prospettiva secondo la quale «Se l’esistenzialismo fosse realmente fedele a sé stesso, avanzerebbe nella direzione del Taoismo orientale e del Buddismo Zen essendo incline a rispondere alle domande di chi cerca di capire con lo studio con un puro silenzio, con un puro esperire» (Van Dusen, 1960, p. 78). Tale posizione può considerarsi, a mio parere, implicitamente condivisa da Perls che fu un cultore dello Zen e, ancor prima, della concezione di Vertheimer sul vuoto fertile che rappresenta verosimilmente la apertura più geniale ed acuta di tal dimensione nel pensiero occidentale. Con la concezione esistenziale, al di là delle diversificazioni rilevanti che in essa è dato riscontrare, la Gestalt condivide tuttavia alcuni fondamentali presupposti come: - il primato del vissuto concreto nei confronti dei principi astratti; - l’irripetibile singolarità dell’esperienza umana mai completamente assimilabile a modelli generalizzati di riferimento; - la nozione di responsabilità (abilità a rispondere), di possibilità di scelta pur all’interno di innegabili condizionamenti biologici e socioambientali coerentemente all’aforisma di J.P. Sartre per il quale importante non è ciò che gli altri ci fanno, ma ciò che noi facciamo di ciò che gli altri ci fanno. Anche a livello di intervento terapeutico "La terapia gestaltica è un approccio esistenziale, e questo significa che non ci occupiamo soltanto di trattare con i sintomi o con la struttura caratteriale, ma con l'esistenza totale della persona." (Perls, 1969, p. 75). Di importanza non minore appare la derivazione (o comunque la vicinanza) della Gestalt alla fenomenologia (vedi anche Robine, 1978) in quanto: - attitudine di ricerca che non propone un sistema di credenze, quanto piuttosto un modo di indagine sulla possibilità conoscitiva ed autoconoscitiva dell’uomo riconducibile sia alle scienze dello spirito (Geistwissenschaften) che della natura (Naturwissenschaften); - nell’impossibilità di «spiegare» (erklaren) l’uomo ed i suoi accadimenti è più realistico tentare di immedesimarsi nel suo particolarissimo modo di essere-nel-mondo (da-sein); Si tratta quindi di avvicinarsi alla particolare weltanschaung, alla visione del mondo attraverso le tante manifestazioni (parole, gesti, rappresentazioni, comportamenti) della persona cui ci accostiamo nell’attitudine di favorire i suoi processi intrinseci di sviluppo anzichè sovrapporre od imporre i nostri attraverso tecniche più o meno autoritarie o manipolative; Di qui ancora l’attenzione per il sintomo, la gestualità, la postura, il tono di voce oltre che il contenuto del messaggio verbale (così spesso incongruenti tra loro ed espressione quindi di aspetti scissi della personalità) per ciò che appare (fenomeno) prima che per ciò che è nascosto (noumeno o contenuto inconscio che dir si voglia a seconda delle chiavi di lettura) in definitiva per il come un fenomeno si esprime prima che per il che cosa lo stesso significhi o sottenda. Per estendere al tema un concetto di Husserl «Si tratta di ritornare al discorso sulle cose, alle cose stesse, tali e quali appaiono a livello di fatti vissuti, anteriormente ad ogni elaborazione concettuale deformante» (da M. Petit, 1980, p. 64). Di qui ancora la valorizzazione della dimensione del presente come la nuova dimensione temporale in cui unicamente è dato sentire, interrogarci, incontrarci. Ai contributi del pensiero occidentale andrebbero aggiunti quelli del pensiero orientale. Il riferimento va alla concezione olistica e non contrappositiva delle polarità del Tao, alla deenfatizzazione dell’aspetto intellettualistico della conoscenza del Buddismo Zen, come al valore riconosciuto agli strumenti di crescita, più che all’adeguamento ad una credenza considerata immutabile, al principio del passare attraverso, anzichè dell’eludere, i momenti evolutivi anche quando vissuti terrifici del Tantrismo (van Dusen, 57, Naranjo, 1980, Zerbetto, 1992). Con una metafora assai centrata Claudio Naranjo scrive come: In nessun modo tuttavia siamo portati a considerare la Terapia della Gestalt come una giustapposizione di approcci e semplicemente un approccio eclettico. Così come non pensiamo alla musica di Bach come al risultato dei precedenti stili italiano, tedesco e francese (cosa che in certo senso è), ma siamo al contrario colpiti dall’unicità della sintesi piuttosto che dal riconoscimento delle sue componenti; così la nuova costruzione della Terapia della Gestalt ci colpisce più dei mattoni di cui è composta (Naranjo, 1989, p. 28).

3.1 Il modello clinico
Il concetto di nevrosi e la teoria del sé Il sintetico excursus attraverso le correnti di pensiero su cui la Gestaltsi fonda ci conduce a concludere con la concettualizzazione che rappresenta in qualche modo la sintesi di arrivo. Mi riferisco alla teoria del sé che (F. Perls, Goodman, Hefferline, 1951, Ginger, 1987, Zerbetto, 1994). Il self, o sé, secondo questa impostazione, rappresenterebbe il processo di continuo adattamento dell’uomo alle condizioni sempre mutevoli del suo ambiente interno ed esterno. Non si tratta quindi di un’entità fissa, ma di un processo specifico di ciascun individuo che caratterizza il suo particolarissimo stile personale di funzionare e di essere-nel-mondo. Il sé, come funzione nel campo organismo/ambientale, è chiamato ad un continuo processo di adattamento creativo se vuole sopravvivere e svilupparsi - sia a livello biologico che affettivo ed intellettivo - ed è proprio quando diventa incapace di adeguare le sue modalità adattive che insorge la nevrosi, quando cioè, irrigidendosi, è meno capace di soddisfare i suoi bisogni e le sue spinte alla crescita. Solo mediante una sufficiente definizione degli Ego-boundaries, sviluppiamo la capacità di distinguere il confine sé/altro-da sé e quindi prendere, digerire ed assimilare il nuovo. Solo ciò che abbiamo veramente assimilato dall’ambiente diventa parte di noi stessi. Ciò che invece inghiottiamo per intero, cioè che accettiamo indiscriminatamente senza digerirlo, rimane corpo estraneo e non è parte di noi anche se può sembrare tale. A tali elementi indigeriti ci si riferisce come introietti ed introiezione è il meccanismo con cui questi elementi estranei vengono inglobati come corpi estranei. Tale funzione è anche positiva dal momento che ci permette di assimilare elementi dal mondo esterno, ma laddove si presenta come acritica e ripetitiva evidenzia una scarsa definizione dei confini dell’Io. In casi estremi, l’introiezione di elementi esterni in conflitto tra loro - ad esempio modelli genitoriali contrapposti e non comunicanti - può rappresentare la premessa per fenomeni di disgregazione della personalità. In ogni caso idee contraddittorie introiettate generano quel conflitto interno che porta di solito il nevrotico ad una situazione di ambivalenza e di empasse . "Il processo di adattamento creativo nei confronti di nuovo materiale e nuove circostanze implica inevitabilmente una fase precedente di aggressività e distruzione; infatti è solo tramite questi avvicinamenti, queste conquiste e queste trasformazioni delle vecchie strutture, che il dissimile viene reso simile". (Perls, etc., 1951, p. 67). Il controllo della introiezione è la proiezione; essa è la tendenza a rendere l’ambiente responsabile di elementi che ci appartengono. Il caso estremo della proiezione si riconosce nella paranoia, ma essa esiste anche sotto forme meno estreme o non patologiche: il romanziere che si proietta nei suoi personaggi e mentre scrive si identifica negli stessi non soffre della confusione di identità che caratterizza la condizione patologica della proiezione. Egli conosce perfettamente il confine tra sé ed i suoi personaggi. Il nevrotico usa il meccanismo della proiezione non solo nei suoi rapporti col mondo esterno, ma anche con se stesso; egli disconosce e rinnega aspetti della sua personalità che trova inaccettabili. A livello terapeutico si tratta di "Assumerci la responsabilità delle nostre proiezioni, reidentificarci con le nostre proiezioni, e diventare quel che proiettiamo". (Perls, 1969, p.75). Quando l’individuo non è in grado di demarcare un sufficiente confine tra sé e l’ambiente, quando sente che lui e l’ambiente si confondono egli è in confluenza con l’ambiente. I neonati vivono in confluenza così come nei momenti di estasi o di forte fusione amorosa accade agli adulti. Ma quando questo senso di identificazione totale è cronico risulta impossibile vedere la differenza tra sé e l’altro-da sé e l’individuo perde il senso della propria identità e definizione. Per questo non può prendere contatti adeguati nè con gli altri nè con se stesso. La posizione opposta e polare è rappresentata dall’egotismo. La capacità di diffrenziarsi, di separarsi da situazioni simbiotiche originarie, di manifestare e difendere la nostra separatezza e diversità è fondamentale nel perseguimento del processo di indiviuazione. Se tuttavia detta attitudine si trasforma in una abituale mancanza di recettività ed apertura, in un atteggiamento difensivo e di opposizione ad ogni condivisione con l’altro-da sé, la crescita della personalità e la qualità della vita dell’individuo può rimanerne negativamente condizionata. Il quinto meccanismo meccanismo preso in considerazione è quello della retroflessione. L’individuo che retroflette traccia una linea di confine fra sé e l’ambiente e la traccia nettamente. Egli tratta se stesso come originariamente voleva trattare altre persone o oggetti e dirige le sue energie non più all’esterno nel tentativo di manipolare l’ambiente per soddisfare i suoi bisogni, ma all’interno sostituendo come bersaglio del comportamento se stesso all’ambiente. Mentre un esercizio sano della retroflessione consente di contenere impulsi per dilazionarne l’espressione in tempi e situazioni che ne consentano un più efficace soddisfacimento, una cronica attiutudine a retroflettere comportarà una ritenzione abituale dei propri bisogni con conseguenti comportamenti autoinibitori che ostacoleranno una più più sana osmosi tra bisogni dell’individuo e possibilità di contatto con le risorse dell’ambiente (Zerbetto, 1994, p. 156).

3.2 Modello dell’intervento terapeutico
Il modello di riferimento, alla luce delle premesse qui richiamate, consiste nel favorire delle condizioni in cui il processo di crescita, eccitazione, ad-gressività (come passaggio da una posizione orale e passiva ad una posizione genitale ed attiva) venga ripristinato. Anzichè interpretare detti contenuti scissi - che possono esprimersi attraverso il sogno, sintomi di conversione somatica, incongruenze mimico-gestuali, comportamenti di cui il soggetto «si sente agito» o fenomeni dispercettivi di vario tipo - la Gestalt propone un percorso esperienziale di graduale appropriazione (re-owning) ed eventuale integrazione delle parti scisse. L'importanza delle emozioni viene sottolineata da Perls: Le emozioni sono il linguaggio stesso dell'organismo; modificano l'eccitazione basilare a seconda della situazione da affrontare. L'eccitazione viene trasformata in emozioni specifiche, e le emozioni vengono trasformate in azioni sensoriali e motorie. Le emozioni producono le cariche energetiche e mobilitano i modi e mezzi per soddisfare i bisogni" (Perls, 1973, p.33). E ancora: Se un certo tipo di eccitazione non può trasformarsi nell'attività corrispondente ma subisce una stagnazione, allora abbiamo lo stato chiamato angoscia, che è dato da una eccessiva quantità di eccitazione che resta trattenuta, imbottigliata. (Perls, 1969, p.73). La conseguenza più preoccupante è che ci allontaniamo in questo modo da noi stessi, perdendo fiducia nei nostri sentimenti e quindi nei nostri bisogni. Sostituiamo all'autoregolazione l'autocontrollo e, come sappiamo, è tutto l'organismo ad essere danneggiato. Anche se oggi si comporta in un certo modo a causa di eventi passati, le sue difficoltà attuali sono connesse al suo agire oggi. Le questioni insolute del passato gli ostruiscono la strada del presente e, mediante la terapia, gli viene data la possibilità di far riemeregere tali confitti e di esplorare modalità diverse per affrontarli. In tale processo si tratta di mettere in opera una serie di operazioni che favoriscano il ripristino di un flusso vitale evolutivo nel paziente (Zerbetto, 1986). Se la terapia è sblocco, sviluppo, crescita, rottura del meccanismo paralizzante, in una parola ricerca di uno spiraglio per la vita che ci liberi dal vicolo cieco, dallo scacco matto allora ogni possibilità va cercata ed affinata. Sotto questo profilo l’interpretazione acquista minor valore (quando non si presenta come atto di intrusione, di deresponsablizzante esercizio di potere conoscitivo sull’altro) rispetto ad un diverso approccio del terapeuta che privilegia lo stare con (mit-sein) il vissuto del paziente, un operare sulla gestalt emergente in modo maieutico che privilegia il porre domande anzichè il dare risposte, un agire sul sintomo perchè si renda più leggibile nelle sue origini, nella sua strutturazione, nei suoi meccanismi di rinforzo.

3.2.1 Caratteristiche del contatto e del setting
Al setting viene riservata una grande importanza nella TdG. Non nel senso della rigorosa codifica delle modalità in cui la relazione terapeutica debba avvenire, ma nel senso della attenzione da riservare alla interazione con l’ambiente con cui l’individuo osservato interagisce. Essendo il nucleo dell’attenzione clinica l’osservazione delle modalità dell’adattamento creativo, ogni contesto situazionale potrebbe offrire ricche possiblità di osservazione e di conoscenza sul come un certo individuo si declina nel mondo, su come, in altri termini si configura il suo da-sein. Anche se la situazione più consueta propone lo studio del terapeuta in una interazione duale, come la più frequentemente utilizzata, altre configurazioni di setting vengono prese in considerazione. Dove tuttavia l’aspetto della contestualizzazione con l’ambiente, anche in senso umano, viene attivata massimamente è nel lavoro di gruppo. Il setting gruppale rappresenta una situazione privilegiata del lavoro gestaltico, specie in una fase successiva del lavoro terapeutico che generalmente si avvia con l’interazione duale. Il setting gruppale infatti offre una ampia gamma di situazioni attivatrici in cui le funzioni del sé, nonchè le sue interruzioni, hanno più ampia possibilità di emergere. In gruppo sono possibili attivazioni di processi terapeutici di ampio respiro. Non è infrequente lavorare su un sogno o su una dinamica interattiva per più ore o anche per un giorno intero, con possbilità di arricchire l’approfondimento della gestalt in oggetto attraverso l’apporto dei membri del gruppo che generalmente sono resi attivamente partecipi da parte di un conduttore esperto. Questa prevede il contributo di vissuti di vario genere (ipotesi inerpretative, sensazioni, associazioni, attivazione di dinamiche proiettive) che il terapeuta intesserà partendo dal contenuti di partenza e ad essi ritornando senza mai perdere il filo della gestalt primaria e che, auspicabilmente, richiede di essere chiusa o comunque emergere come figura che si stagli più chiaramente da uno sfondo confuso ed indistinto che contraddistingue la condizione di partenza. Dosare il come, il quando e il modo in cui i membri del gruppo possano parecipare più attivamente al processo terapeutico primario, fa parte ovviamente dell’arte e del mestiere che non è facile codificare in parole ma che giustifica, a parere dello scrivente, un’esperienza diretta da parte di coloro che sono interessati a conoscere l’inconfondibile stile del lavoro esperienziale. Un setting importante, del pari contamplato nelle TdG è quello della coppia, della famiglia, come pure della Comunità terapeutica o dell’impresa che tuttavia la doverosa sintesi di questo contribuo non consente di approfondire.

3.2.2 Criteri diagnostici utilizzati ed inquadramento del caso
Le tradizionali griglie di inquadramento nosografico vengono tenute in considerazione dai terapeuti della Gestalt (Delisle 1992, Yontef 1981) anche se una sistematica rivisitazione della psicopatologia alla luce dei principi della Gestalt richiede ancora di essere messa a fuoco. La apparenenza alla prospettiva fenomenologico-esitenziale sostiene tuttavia una diffidenza di fondo sulle possibilità di categorizzazioni che penalizzino la specificità delle singole situazioni cliniche e che, non raramente, si pongono più come stigmate ostacolante che come utile supporto all’agire teraputico. Tipicamente, I terapeuti della Gestalt considerano la valutazione ed il trattamento come parti di un procedimento unificato” (G. Yontef, 1981, p.270) “Uno studio attento, sotto il profilo fenomenologico, del processo della formazione del significato della relazione figura/sfondo consente la comprensione dell’organizzazione della personalità (Yontef, 1981, p.275). Con terminologia a “presa diretta” Perls sosteneva, semmai, che la personalità di ciascuno di noi evidenzia spesso dei 'buchi'. Molta gente non ha anima. Altri non hanno genitali. certi non hanno cuore: tutte le loro energie le sprecano per far funzionare il computer, pensando. Altri non hanno gambe per camminare. Molti non hanno occhi, gli occhi li proiettano, così che i loro occhi si trovano in lunga misura nel mondo esterno e loro vivono come se fossero continuamente osservati (Perls, 1969, p.44). Più in generale, “Quando la situaizone nel campo organismo-ambiente è pienamente riconosciuta, sia la comprensione del problema che la soluzione diventano più chiari” (Wertheimer, 1945). Le diverse disfunzioni del sé, cui si è fatto sintetico riferimento, rappresentano generalmente la griglia di riferimento per evidenziare il meccanismo evitativo maggiormente utilizzato. Importante è anche l’uso autodiagnostico che emerge auspicabilmente da un lavoro esperienziale abilmente condotto: la comprensione cioè, da parte dell’interessato, del come si ostacola nel processo dell’adattamento creativo alle emergenti realtà interiori o esterne. All’uso del qui ed ora merita semmai dedicare uno spazio maggiore. Il privilegio per la connotazione spazio-temporale riferita al presente, oltre che sulla scia di alcuni autorevoli contributi tra cui Ferenczi, Reich e Jung, si giustifica per più ragioni convergenti: - è nel presente che di fatto ci interroghiamo sull’esistenza che si declina inevitabilmente nelle coordinate spazio-temporali in cui ci troviamo; - questo radicamento nel qui ed ora con il mio corpo-sensazioni-emozioni-pensieri che sono me (e non mie) mi permettono di verificare in concreto la qualità delle interazioni con l’ambiente (prima fra tutte quella caratterizzata dalla presenza del terapeuta, da un gruppo di persone, dagli elementi di corredo presenti) e di verificare di conseguenza attraverso il lavoro sulla consapevolezza quanto queste interazioni siano o non siano soddisfacenti e forse migliorabili. L’esercizio sul continuum della consapevolezza mi allenerà progressivamente a far mia un’attitudine più plastica, mobile, esperienziale di scambi con l’ambiente (favorevole o non favorevole che sia) che diverrà uno stile di vita abituale anche al di fuori del setting terapeutico; - il presente favorisce l’impatto, il contatto diretto e non mediato con le cose, le fantasie, le emozioni. La dimensione del passato o del futuro è spesso un modo per localizzare lontano da me situazioni e vissuti eludendo un confronto del quale sarei obbligato ad assumermi la responsabilità intesa come abilità-a-rispondere; - il presente è ancora come condizione per l’esercizio di una consapevolezza che non è destinata necessariamente ad identificare bisogni o lacune da colmare, ma più semplicemente a farmi assaporare il fluire dell’essere, delle sensazioni, pensieri, emozioni progressivamente svincolate dalle introiezioni persecutorie e doveristiche del se fossi o del dovrei; - il presente come occasione per una messa in azione che, contrariamente alla squalifica psicoanalitica per i comportamenti agiti all’interno del setting terapeutico, viene spesso sostenuta all’interno di una riscoperta autorizzazione ad esplorare moduli comportamentali diversi da quelli rigidi e ripetitivi a cui la rete dei divieti introiettati può averci abituati. Questo non implica, ovviamente, il sostegno ad ogni impulsivo acting out e la svalorizzazione del processo di simbolizzazione dei comportamenti, bensì una possibilità di recupero di un rapporto in concreto con i processi vissuti ed i comportamenti che ad essi auspicabilmente possono corrispondere. Il presente non significa neppure negazione del passato e del futuro quali dimensioni che nel presente conservano un autentico significato. Valga, per le tante citazioni riferibili al proposito, quello di Laura Perls: Quanto esiste, esiste qui ed ora, il passato esiste ora come memoria, nostalgia, rimpianto, risentimento, fantasia, leggenda o storia Il futuro esiste qui ed ora nel presente attuale come anticipazione, pianificazione, saggio, aspettativa e speranza o timore o disperazione. La terapia della Gestalt lo assume tale e quale si presenta nel qui ed ora, non per come è stato o come potrebbe arrivare ad essere. E’ una focalizzazione fenomenologico-esistenziale nella misura in cui è esperienza e sperimentazione (L. Perls, 1992, 78).

3.3 La relazione terapeutica
“Dal momento che i terapeuti della Gestalt si propongono di essere presenti come persone reali, la crescita può avvenire attraverso il lavoro sulla consapevolezza nel contesto di un contatto reale tra persone” (G. Yontef, 1991, p. 274) Se la psicoterapa, accogliendo una interpretazione che si rifà prioritariamente alla psicoanalisi e alla concezione umanistica, si identifica in un percorso di crescita che cerca di aiutare il soggetto a superare i suoi punti di blocco o di fissazione per realizzare un suo più pieno "essere nel mondo" ne deriva che scopo suo precipuo è di identificare i livelli ai quali in modo particolare l'individuo evidenzia i suoi aspetti disfunzionali al fine di rimettere in moto un maggiore fluire energetico, di realizzazione delle potenzialità umane e di contatto osmotico con sè stesso e con il mondo. "La Gestalt è una terapia per sani". In questa asserzione, provocatoria quanto densa di significato, si riassumono alcuni elementi fondamentali dell'approccio gestaltico. Il primo è che se il rapporto è tra sani significa che entrambi sono pienamente responsabili dei propri vissuti, scelte e comportamenti. Perls non era ovviamente così ingenuo da sottovaltare gli elemnti infantili dei suoi pazienti, ma fece una scelta molto precisa e chiara nel senso di una decisa politica di responsabilizazione del cliente nel senso di considerarlo (e affinchè lui stesso si considerasse) come se fosse sano. Rinunziare quindi ai privilegi collegati alla condizione di malattia significa strutturalmente dire al paziente: "io ti considero adulto e capace di rispondere dei tuoi atti. Tu, come tutti, hai il diritto di assumerti il rischio delle tue scelte senza pretendere di addossare ad altri (genitri o loro sostituti) la responsabilità della tua vita e dei tuoi eventuali errori. Io non sono qui per tutelarti come se fossi un bambino, un handicappato, un essere ignaro e inconsapevole, ma per accompagnarti, uomo accanto a uomo, nel tuo cammino di esplorazione di te stesso e del mondo, nella tua ricerca di riappropriazione, nel tuo diritto di vivere, ed eventualmente di sbagliare". E' importante sottolineare che la posizione adulta significa sicuramente anche una maggiore possibilità di errore. Ma è appunto il "diritto di scegniere, ivi compreso di errare" la condizione stessa del riconoscimento della funzione adulta. Non procede forse l’evoluzione per tentativi ed errori? Questo diritto alla sperimentazione di nuovi vissuti e modalità operazionali si eprime nella predisposizione di percorsi esperienziali in cui poter esplorare modalità meno stereotipe di conoscenza e di comportamento. E' chiaro che una simile definizione di incontro non è possibile laddove manca la possibilità di esercitare una capacità di scelta. Una stuazione di crisi, di grave debolezza emotiva, di psicosi (conclamata o latente) è incompatibile con quel poter essere (sein konnen) di cui dicevamo e che riconduce la relazione ad una polarità fortemente asimmetrica in cui c'è una persona scarsamente consapevole e capace di prendersi cura di sè ed un'altra che è chiamata a svolgere una esplicita funzione di aiuto.

4. La teoria della cura
In aggiunta a quanto già esposto si può richiamare la sintesi di E. Polster "La Terapia della Gestalt integra le comprensioni esistenziali e psicoanalitiche con l'inventiva procedurale. Essa si occupa di tre mezzi terapeutici: l'incontro, la consapevolezza e l'esperimento". (Polster, 73 p.18). Ancora, per G. Yontef (1991, p.274). Il fine della terapia è la consapevolezza. Questa include microconsapevolezze (mirate ad esempio su arre con centenbuti specifici) a consapevolezza sul processo della consapevolezza ... Molti pazienti, specie all’inizio, sono interssati principalmente alla soluzione dei loro problemi o al sollievo dai loro sintomi. Nonostante i terapeuti della Gestalt diano valore a tali obiettivi, essi sono maggiormente interessati al processo inerente il come si autosostengono o al come sviluppano il loro modo di affrontare i loro problemi. Il fine utimo non sta nella soluzione del problema in sé o nel sollievo dal sintomo ma nella possibilità, da parte del paziente, di acquisire degli strumenti per poter affrontare i propri problemi e consolidare le propria capacità auto-organizzativa. Il cambiamento terapeutico non viene indotto più o meno manipolativamente dal terapeuta, secondo un suo schema di azione ed un suo sistema di valori. E’ semmai il risultato di una scelta dell’interessato che, con timore con dolore o con gioia, subentra generalmente a seguito di un’auto-accettazione paradossale con la quale si autorizza prioritariamente ad essere quello che è svincolandosi dall’incantesimo di non poter essere se non quello che gli altri (o lui stesso) pretendono che sia (teoria paradossale del cambiamento di Beisser, 1971) . L’assunto esistenziale è che ognuno è comunque soggetto dei propri accadimenti (fantasie, comportamenti, sogni) come delle proprie scelte e del proprio destino (ad un livello che può essere di maggiore o minore consapevolezza) e che nulla può farci presumere di conoscere l’altro e la via di una sua possibile migliore realizzazione che non sia lui stesso. Funzione di una persona che si propone in posizione di aiuto è quindi quella di favorire un processo di auto-conoscimento, di assunzione responsabile delle componenti che di fatto risultano operanti e delle scelte che implichino un più consapevole progetto di vita. Fondamentale, per favorire tale processo, sarà ovviamente la qualità della presenza del terapeuta Il contatto - infatti - è posibile solo nella misura in cui viene garantito un adeguato sostegno ... inteso come ogni fattore che favorisca il continuo processo della assimilazione e dell’integrazione dell’esperienza(L. Parls, 1992, p. 132) «La differenza essenziale tra la Gestalt e la maggior parte delle altre forme di terapia - precisa Perls - sta nel fatto che noi non analizziamo, ma semmai favoriamo l’integrazione. Vogliamo evitare l’antico errore di confondere il comprendere con lo spiegare» (F. Perls. 1968, p. 56). Si tratta semmai di favorire un percorso esperienziale che faciliti l’emergenza (da una dimensione di coscienza definibile come sfondo) di contenuti da portare a livello di consapevolezza (figura) e che consenta una nuova tappa integrativa, il completamento di una nuova gestalt. «La vita in fondo che altro è se non un numero infinito di situazioni incompiute, di gestalten incomplete? Non appena abbiamo concluso una situazione se ne presenta un’altra» (F. Perls. 1969, p. 168). L’obiettivo verso il quale tendere, sempre usando un’espressione di Perls, può riassumersi nel noto aforisma “La pazzia consiste nello scambiare la fantasia con la realtà. Il pazzo dice: "Io sono Abramo Lincoln": il nevrotico dice; "Vorrei essere Abramo Lincoln"; la persona sana dice "io sono io, e tu sei tu". (Perls, 1969, p. 78).

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